Mattarella, i migranti
e lo smacco europeo

Per fortuna c’è un giudice a Berlino. Questa espressione, che indica come da qualche parte ci deve pur essere una giustizia, si adatta all’intervento del presidente Mattarella sul premier Conte che ha sbloccato la vicenda della nave Diciotti della Guardia costiera italiana, ferma a Taranto, consentendo lo sbarco dei 67 migranti, mentre è in arrivo un altro barcone con 450 a bordo. Con la sconfessione del ministro dell’Interno e vice premier, Salvini, s’è evitata una frattura istituzionale e s’è ricomposto quello che poteva diventare un conflitto fra poteri dello Stato. I presupposti c’erano tutti: l’anomalia di una nave militare italiana bloccata in un porto nazionale, tensioni paralizzanti tra organi dello Stato, totale contraddittorietà delle direttive. S’è così adottata la procedura più lineare e doverosa: l’intervento umanitario e nel mentre la Procura di Taranto continuerà le indagini su due migranti indagati per concorso in violenza privata aggravata nei confronti del personale della nave Vos Thalassa che li aveva salvati al largo delle coste libiche.

La telefonata del Colle ci ha ricordato che la Costituzione (articolo 2) non solo riconosce ma garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Non un generico vogliamoci bene, bensì un dettato costituzionale. Mattarella, che è un costituzionalista, ha esercitato quella che in gergo si chiama «moral suasion», prassi tutt’altro che irrituale, ma che oggi vediamo meglio per la natura ibrida del governo e per la pressione negativa esercitata sulla civiltà giuridica del Paese: si tratta, cioè, di un’indicazione riservata, di uno stimolo, di una messa in guardia da comportamenti che possono innescare conseguenze non ben valutate. Se un tempo il capo dello Stato – il garante dell’ordinamento democratico, specialmente per quanto riguarda la tenuta del testo costituzionale – era considerato una figura notarile, oggi il rilievo pratico delle funzioni flessibili che gli sono attribuite dipendono dalle circostanze storiche.

I suoi poteri sono a fisarmonica e tendono ad estendersi quando gli altri anelli della filiera istituzionale risultano carenti o sbandano: è quel che è avvenuto giovedì sera. Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima, tuttavia l’intervento di Mattarella ha un significato del tutto particolare proprio per la natura concettuale che ispira questo esecutivo, per il ruolo che dovrebbe giocare il presidente del Consiglio (al quale spetta dirigere la politica generale del governo ed esserne responsabile), per gli sconfinamenti del ministro dell’Interno e per il motivo del contendere, cioè la stretta ai flussi migratori che restano pur sempre presidiati dal diritto italiano, europeo ed internazionale. Salvini, che all’estero è in cattiva compagnia, ha un’idea tutta sua della liberaldemocrazia, guidato dalla pretesa arbitraria di ricavare ogni legittimità dal risultato elettorale e dalle idee prevalenti dell’opinione pubblica, non solo leghista. S’è imposto come il mattatore della coalizione e dell’esecutivo, l’uomo che tutto può e che continua a sentirsi in campagna elettorale. Può costruirsi emergenze mentre l’ecatombe nel Mediterraneo continua (600 morti in un mese, da quando sono state allontanate le navi ong), può espellere la parola «accoglienza» perché rimuovere il problema si autogiustifica con il consenso. Salvo chiedersi se radicalizzare in laboratorio le ansie collettive non sia piuttosto l’esito di un’altra paura, quello spaesamento che deriva dal timore di non essere attrezzati per governare la crisi umanitaria. Il governo del cambiamento, per ora, non ha incassato mutamenti nelle politiche migratorie dell’Europa: nessun risultato concreto dal vertice a Innsbruck dei 28 ministri degli Interni, nessuno sconto dalla premiata ditta dei volonterosi sovranisti dove semmai l’unica solidarietà è quella che riunisce l’area di lingua tedesca. Il bavarese anti Merkel ha ribadito che l’Italia deve riprendersi i richiedenti asilo registrati da noi e poi andati in Germania, i francesi continuano a tenere sprangato l’accesso di Ventimiglia e Salvini non l’ha spuntata sul ricollocamento dei migranti approdati sulle nostre coste. Un magro bottino, mentre le frizioni con i grillini salgono d’intensità e, con lo smarcamento di Di Maio, il tema dei profughi diventa dirimente mettendo in discussione la stabilità del governo, disturbata da una rincorsa mediatica. Aspettando l’operazione verità sui conti pubblici: se infatti per il ministro Tria non ci sarà una manovra correttiva, per l’Europa serve una correzione da 5 miliardi. Suo malgrado, l’Italia resta al centro della scena, ma nella solitudine delle alleanze.

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