Mattarella ricuce un paese diviso

Mattarella ricuce
un paese diviso

Il presidente Mattarella, con il discorso di fine anno, ha richiamato la classe politica perché guardi i problemi reali di un Paese ancora prigioniero di una crisi economica e sociale e di una crescita che, pur in ripresa, rimane debole. Il Capo dello Stato, impegnato nella missione di far crescere la coesione sociale, ha ricomposto le urgenze dell’Italia nella dimensione concreta dell’esistenza quotidiana della gente comune: fra le ansie e le sofferenze di chi si ritrova privato dei diritti di cittadinanza. Il «problema numero uno», come lo ha definito, resta appunto il lavoro rapito dalla recessione, l’emergenza più sentita che colpisce soprattutto gli under 35. L’attenzione alla piaga della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, è stata centrale nell’intervento presidenziale, collegata poi all’emigrazione dei cervelli, una «patologia» se obbligata dalla mancanza di occasioni in Italia.

Mattarella, al di là della correzione del recente scivolone del ministro Poletti, ha posto un problema che accompagnerà il prossimo futuro e che va affrontato per quello che è: un serio deficit da rimediare per una comunità che intende continuare a sentirsi tale. E rileva, fra l’altro, proprio su questo versante la coincidenza concettuale e di tempi con il monito di Papa Francesco, che ha ricordato come la società debba onorare il debito con i giovani dopo averli «emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare».

L’altro tema, sul quale Mattarella insiste da tempo a conferma di una rilevanza negativa, è la «preoccupante ascesa» dell’«odio come strumento di lotta politica» e il rischio di trasformare il web in un «ring permanente» dove «verità e falsificazione finiscono per confondersi». Il Capo dello Stato è parso collegarsi al dibattito sulla parola global dell’anno, la post-verità, che coglie l’opaco tono di una stagione del costume politico e non solo: la produzione di verità fai-da-te, il concetto stesso di verità dei fatti ritenuto non più necessario, là dove la menzogna viene sdoganata per diventare un tratto inquietante. Il cuore della questione politica riguarda la nuova legge elettorale e i tempi delle elezioni anticipate e qui i paletti sono stati chiari. Frasi di ineccepibile compostezza istituzionale, ma esplicite sia sul ruolo di garante delle istituzioni che spetta al presidente della Repubblica sia sulla necessità di ricondurre il confronto dalle convenienze politiche alle responsabilità istituzionali.

Sullo sfondo c’è il profilo del governo Gentiloni, che è l’esito della preoccupazione del Quirinale di tenere unito il Paese dopo lo scossone referendario, nel bel mezzo del complicato salvataggio del sistema bancario, aspettando le sentenze della Corte costituzionale sull’Italicum e sull’ammissibilità del referendum della Cgil sulla riforma del lavoro. Il tutto, qualora si dovesse votare a giugno, nella prospettiva di un Paese che arriverebbe a quel traguardo sfibrato, afflitto da tensioni dopo aver consumato l’anomalia – fra referendum costituzionale e voto anticipato – di una campagna elettorale durata un anno. Dunque, proprio perché le elezioni anticipate sono una «cosa seria», occorrono regole «chiare e adeguate» che per il momento non ci sono, perché abbiamo per la Camera una legge fortemente maggioritaria e per il Senato una norma del tutto proporzionale. Quindi prima bisogna rendere omogenei e compatibili i sistemi elettorali dei due rami del Parlamento e solo dopo ci saranno le condizioni per lo scioglimento delle Camere. Non una corsa a tutti i costi verso le urne e del resto i passaggi dell’intervento di Mattarella vanno letti in sintonia con la conferenza stampa di fine anno di Gentiloni, che guida un esecutivo nella pienezza dei poteri e da un orizzonte temporale da definire.

Una sequenza coerente ribadita da Mattarella quando, riferendosi all’urgenza di ripristinare il circuito di fiducia fra cittadini e istituzioni, ha sottolineato che con il decreto legge salva-risparmio dei giorni scorsi sono stati tutelati i diritti dei risparmiatori: un giudizio che non pone il presidente a lato di questo governo, indicandone piuttosto la condivisione. In definitiva: Mattarella non ha concesso nulla alle omissioni, scrutando il corpo vivo della società e della politica, confermando la tempra di uomo di convinzioni e di arbitro guidato dal pensiero positivo di ricomporre le fratture di un Paese diviso.


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