Matteo selfie Renzi La politica pop

Matteo selfie Renzi
La politica pop

Sarà o no un caso che l’ascesa di Matteo Renzi ha coinciso con la moda del selfie? Così si chiede Claudio Giunta nel suo breve saggio «Essere #matteorenzi» (il Mulino).

La risposta ovviamente non c’è, ma a volte le coincidenze ci aiutano a capire meglio i cambiamenti in corso, e forse non è un caso che ogni volta che il presidente del Consiglio compare in pubblico – l’altro giorno al cantiere dell’Expo – le persone si mettono in fila per fotografarsi con lui tendendo il braccio, cellulare in mano. Renzi ha attivato in politica lo star system. A dire il vero il primo a farlo è stato Silvio Berlusconi, che ha applicato alla politica la strategia comunicativa dei divi cinematografici, fino ad a trasformare se stesso, il suo corpo, con le tecniche del maquillage e del lifting. Matteo Renzi non ne ha bisogno; ha quarant’anni, è giovane e prestante, anche se non proprio bellissimo. Del resto neppure Berlusconi lo era. Il potere che deriva dal ruolo fa il resto, come accade a molti attori hollywoodiani.

La differenza sostanziale è piuttosto un’altra. Giunta la identifica con chiarezza nel suo libretto. In Berlusconi si percepiva, anche al culmine del suo successo, «un sottofondo d’angoscia, un’amarezza che nasceva sia dal terrore dell’invecchiamento sia dal disprezzo per gli altri esseri umani». Le vicende del processo Ruby e la notizia del fiume di denaro destinato alle Olgettine dall’ex Cavaliere sono l’indice di questo doppio sentimento angoscioso che lo ha distinto, e che ha ancora addosso.

Matteo Renzi no. Lui è tutto il contrario: sprizza ottimismo, serenità, buon umore da tutti i pori. Sono, dice Giunta, qualità troppo perfette per essere simulate. Anche quando è scorato, o si rabbuia, il segretario del Pd, nonché presidente del Consiglio in carica, è sempre autentico, diretto, immediato. Non sembra celare retropensieri, se non quelli del giocatore di poker, che è appunto un giocatore, per cui le mosse – l’hastag #enricostaisereno – fanno parte del gioco, e sono appunto «mosse» e non malevoli inganni: al gioco e in amore tutto è consentito. Figuriamoci in politica. Questo aspetto solare di Renzi, di cui Giunta cerca di spiegare nel suo saggio, supera di molto «il sole in tasca» che Berlusconi predicava ai suoi venditori di pubblicità all’epoca di Canale 5, e che si è sforzato per venti e passa anni di avere lui stesso. Il sorriso era il suo effetto-ottimismo stampato in faccia, ma, non a torto, i suoi oppositori percepivano qualcosa di finto, di recitato, in quella espressione che era anche un programma politico.

Renzi è un pop vero per cui vale quell’amore naturale e passionale per il mondo delle cose: jeans stinti, camicie bianche, giubbotti alla Fonzie, e soprattutto canzoni, citazioni, riferimenti televisivi e sportivi. È vintage; ama tutto quello che amano i quarantenni come lui, la generazione Bim Bum Bam: le sigle delle trasmissioni televisive, Cristina D’Avena, Furia cavallo del West. E insieme Facebook, Twitter, X Factor. Ama il mondo così com’è, senza troppi distinguo o intellettualismi. Questo si percepisce in lui. Si è pienamente realizzato il superamento tra cultura alta e cultura bassa. Ha vinto la Masscult, ovvero il mondo che ama i romanzi di Baricco e Masterchef, il Made in Italy e Giovanotti, Omero e Fiorello, senza alcuna distinzione o spocchia.

Umberto Eco cinquant’anni fa aveva cercato di trovare una terza via tra gli apocalittici, che detestano la contemporaneità e con la puzza sotto il naso rispetto alla cultura pop, e gli integrati che invece adorano tutto quello che è nuovo e modernissimo.

Matteo Renzi interpreta questo cambiamento di paradigma che non è solo il prodotto della televisione berlusconiana, che ha sdoganato il pop sotto ogni punto di vista, ma anche e soprattutto della cultura del Computer e del Web che ha messo tutto sul medesimo piano, offrendo la cultura raffinata e quella più trash nel medesimo luogo e dentro la stessa cornice, il frame: il personal prima, lo smartphone dopo.

Renzi è arrivato a questo punto della grande trasformazione italiana, europea, planetaria, e l’ha interpretata con perfetta sintonia. La sua vittoria è prima di tutto culturale, di mentalità, di stili di vita, così come lo era stata prima di lui quella di Berlusconi della televisione commerciale e dei consumi, e ancora prima, per andare al secondo dopoguerra, l’Italia di De Gasperi era quella che interpretava in modo vincente la fine del conflitto mondiale e l’opposizione tra Est e Ovest, almeno fino al boom economico. Renzi non nutre sensi d’inferiorità verso la cultura, non ha bisogno di parlare seduto dietro una scrivania e con una fila di volumi alle sue spalle. Giunta scrive acutamente: «Non conosce inibizioni, perché non conosce i registri». Tradotto significa: Renzi è il perfetto figlio della cultura a una dimensione, che al registro alto o sublime, a quello basso o trash, preferisce un unico registro: dire pane al pane con inflessione toscana. Un Presidente basic.


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