Minacce dell’Isis Russia vaccinata

Minacce dell’Isis
Russia vaccinata

Se qualcuno pensa che i russi non siano preparati a garantire la sicurezza del loro Mondiale ai massimi livelli immaginabili si sbaglia di grosso. Prima ancora che frotte di terroristi estremisti facessero stragi in Occidente, le «vedove nere» cecene passeggiavano per le strade federali in cerca di obiettivi da far saltare in aria nei primi anni del nuovo secolo. La scia di sangue è talmente lunga da unire il Caucaso settentrionale alla regione del Volga alla Moscovia fino a raggiungere il Medio Oriente.

Proprio in Siria sono fuggiti dai 4 ai 6mila combattenti, gente sopravvissuta alle «eliminazioni mirate» messe in atto dai Servizi di sicurezza. Non è quindi un caso che Vladimir Putin sia intervenuto militarmente a sostegno del regime di Damasco.

L’Fsb, l’erede del Kgb, ha da anni un programma di «filtro» per chiunque cerchi di tornare indietro nell’ex Patria per portare scompiglio e veglia con attenzione sui sistemi di comunicazione via web o sui social media.

Soprattutto perché in Russia vivono più di 20 milioni di musulmani, tra i quali potrebbero trovarsi persone sensibili a propagande radicali. A volte qualcosa può andare storto: lo scorso autunno, ad esempio, un «lupo solitario» uzbeco (ex sovietico) si fece esplodere in metropolitana a San Pietroburgo. Ma questi sono eventi isolati, quasi unici nell’ultimo decennio.

Su Internet, in giro per il mondo, sono comparse minacce dell’Isis contro le «star» del calcio. L’argentino Messi è stato disegnato in un poster con indosso il vestito arancione dei condannati a morte in attesa di essere sgozzato da un jihadista. Insieme a lui sono stati presi di mira anche il portoghese Cristiano Ronaldo ed il brasiliano Neymar riproposti in situazioni simili. Gira anche il ritratto di un terrorista armato accanto alle parole «Aspettateci» vicino al logo dei Mondiali 2018. In pochi, però, in Russia ci fanno caso, anche se non si sottovaluta il pericolo.

Pertanto massima attenzione da parte delle Forze dell’ordine federali anche alle nuove tecnologie volanti, ossia ai droni. Secondo qualche squilibrato questi apparecchi potrebbero essere utilizzati per bombardare dall’alto gli stadi con granate. In un Paese da poco meno di un trentennio, abituato a lottare contro il terrorismo, le minacce dell’Isis non fanno più notizia. Garanzie di sicurezza al 100% ai tifosi non se ne possono dare: un pazzo può sempre scappare alla rete della polizia. I controlli, però, sono certosini e la vigilanza sul territorio – grazie a mezzi elettronici e presenza fisica della polizia – è altissima.

«Non succederà nulla. Se ne staranno tutti buoni anche gli hooligans stranieri perché sanno che le nostre carceri non sono luoghi di villeggiatura», afferma il caporedattore sport del popolarissimo «MK», Aleksej Lebedev. A dare una mano come volontari a Rostov vi sono a piedi o a cavallo anche i cosacchi del Don, che promettono - una volta tanto - tolleranza. Secondo indiscrezioni non sono lì solo come testimonianza di un glorioso passato, ma per non far rovinare la festa ai soliti malintenzionati.

Nella capitale russa, il Comune ha deciso di non usufruire dei loro servigi, nonostante nell’ultimo anno in tanti si siano addestrati a fronteggiare qualsiasi tipo di disordine. La ragione è semplice: il 5 maggio alcuni cosacchi se le sono date di santa ragione in piazza con dei dimostranti anti-Cremlino. Nulla, in conclusione, è stato lasciato al caso per la vetrina sportiva, tanto desiderata da Vladimir Putin, che dovrà certificare la resurrezione della nuova Russia post sovietica come potenza mondiale. Il messaggio, spedito da Est, ai malintenzionati è uguale a quello nel film «Rocky IV» del pugile Ivan Drago a Rocky Balboa (alias Sylvester Stallone): «Io ti spiezzo in due»!


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