Nel mondo siamo amati ma in politica poco credibili
Un cesto di falsi prodotti italiani

Nel mondo siamo amati
ma in politica poco credibili

Gustare un bel tazzone di tè sul Pechino-Xi-An (la città dei soldati di terracotta) alla media di 305 Km/h è un po’ come sentirsi in Italia. «Numero 1» troneggia sull’involucro del contenitore e a scanso di equivoci in parentesi tricolore ecco la parola magica «made in Italy». Far passare in quel di Cina la bevanda classica dell’intero Oriente come prodotto italiano è un po’ come vendere il Colosseo a un americano. Un’assurdità eternata in un film da Totò nel primo dopoguerra. Un colpo da maestro del marketing in Cina,che vorremmo tanto sperare essere di qualche imprenditore di casa nostra.

Sennonché nella Repubblica Popolare Cinese tutto rimane sotto il controllo statale e vi è quindi da dubitare che questa trovata sia passata per caso. Si scrive Italian Sounding ma si legge contraffazione. Il volume annuo in giro per il mondo dell’Italian Sounding è stimato in circa 54 miliardi di euro l’anno. Se calcoliamo le esportazioni italiane di soli prodotti agroalimentari sui 23 miliardi di euro fa più del doppio. Sono 147 milioni di euro al giorno volatilizzati nel segno del tricolore senza che un cent rientri nelle tasche dei produttori nazionali. Un fenomeno che riguarda soprattutto i mercati opulenti, quali quelli del Nord America, dei Paesi arabi, e adesso dell’Asia senza che il nostro Paese sia in grado di porre in atto misure utili a fronteggiare il fenomeno. Del resto per farsi valere nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio creata allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli Stati membri, occorre far la voce grossa. Colossi come la Cina e gli Stati Uniti hanno buon gioco ad affermare i loro interessi nei confronti di un Paese come il nostro che a livello internazionale è ben amato ma non sempre preso nella dovuta considerazione. Il peso economico conta, ma ancor più vale la reputazione. Paesi come l’India si sono fatti beffe del diritto internazionale e hanno tenuto in ostaggio per più di due anni i fucilieri di marina inviati a difendere le navi contro la pirateria sulle coste somale.

Possiamo immaginare cosa sarebbe successo se i due militari fossero stati per esempio statunitensi. Un Paese come il Brasile si permette di tenere sotto la sua protezione un terrorista omicida con sentenze passate in giudicato come Cesare Battisti con la motivazione che in Italia le leggi dello Stato di diritto non vengono rispettate. È il francese Mitterrand che a suo tempo prende le difese dei terroristi e assicura loro asilo politico, come se l’Italia del dopoguerra nata dalla lotta partigiana fosse ancora un Paese fascista. Il caso Regeni testimonia come l’Egitto si faccia beffe dei diritti umani e copra gli esecutori dell’omicidio di un giovane ricercatore senza che l’Italia possa far valere le sue ragioni nella ricerca della giustizia. Le speranze di affermazione del Paese in politica estera si concretizzano solo quando inserite in un contesto di attività internazionali sotto l’egida dell’Onu, della Nato o di qualsivoglia attività internazionale riconosciuta. Quando l’Italia deve giocare in proprio appare chiara tutta la sua debolezza strutturale. Che in Sicilia alle elezioni regionali vi fossero liste di cosiddetti impresentabili, cioè di persone a rischio reputazionale è una difficoltà del sistema politico che si riflette sulla credibilità poi delle istituzioni. Che la malavita organizzata in questi anni si sia estesa anche al Nord produttivo del Paese e lambisca le forze politiche è motivo di inquietudine per chi intende operare a livello internazionale nel nostro Paese. Tutte cose che anche a Bruxelles si sanno e che fanno della cosiddetta Bella Italia il luogo dove ancor oggi non si riesce a debellare il traffico illecito dei rifiuti e dove la capitale del Mezzogiorno è stata ostaggio delle immondizie non raccolte. Sembra siano solo vicende interne, ma ormai anche a Pechino le sanno.


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