Non perdiamo il vero Natale

Non perdiamo
il vero Natale

Per gustare la dolcezza del Natale ci vorrebbe la fantasia mistica di Francesco d’Assisi. Desiderando «vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato» il bambino Gesù, la notte di Natale del 1223 organizza a Greccio una rappresentazione dell’evento evangelico. Il Poverello è lì, estatico, di fronte al presepe. Poi prende la parola e rievoca quanto avvenne a Betlemme. Il suo biografo annota: «Ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole». Per comprendere il mistero del Natale occorrerebbe la profondità teologica di sant’Ambrogio che sintetizza con insuperabile bellezza: «Gesù volle essere un bambino perché tu potessi diventare un uomo perfetto. Egli fu stretto in fasce affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte. Giacque nella stalla per porre te sugli altari. Venne in terra affinché tu raggiungessi le stelle, e non trovò posto in quell’albergo affinché tu avessi nei cieli molte dimore».

Per sentire la gioia robusta del Natale avrei bisogno di vivere l’esperienza che sconvolse Paul Claudel, quando la sera del 25 dicembre 1886, a Notre-Dame, la luce della grazia fece irruzione nel suo cuore immerso nelle tenebre dell’incredulità: «D’improvviso, durante il canto, ho avuto il sentimento lacerante dell’eterna infanzia di Dio e ho creduto. Sì, io credo! Credo veramente, con tutte le mie forze... Credo con tutto il mio essere, credo con una convinzione potente... O eterno Dio innocente, come mi ritrovo bambino! Come sono felice! E come sono felici le persone che credono! Sì, è vero, è proprio vero! Dio esiste. È qui. È qualcuno, è un essere personale come me! Mi ama, mi chiama... Come ho pianto. Anzi, come ho singhiozzato, mentre l’emozione cresceva con la tenera melodia dell’Adeste fideles».

Per ammirare lo splendore del Natale servirebbe il genio artistico dello spagnolo Zurbarán, che nell’«Adorazione dei pastori» (1638) ritrae il Bambino su un lenzuolo bianchissimo, che irradia una luce intensa sui volti degli astanti. È lo stesso splendore che i discepoli vedranno sprigionarsi dalle vesti di Gesù nella sua trasfigurazione sul Tabor. La luce sembra provenire direttamente da Dio: è la dolce forza della grazia divina che fende le tenebre del male e reca nel mondo la salvezza. Perfino gli oggetti più comuni, come un cesto di uova o una brocca d’acqua, acquistano una carica di mistero. Così, un mite agnellino è l’Agnus Dei, la mangiatoia un trono regale, il vecchio pastore prende i tratti di un patriarca biblico. Dio veste i panni della realtà quotidiana. Del resto, santa Teresa d’Avila scrive che «Dio cammina tra le pentole».

Per apprezzare davvero la pace del Natale dovremmo essere cresciuti sotto le bombe, come i bambini in Siria, Iraq e in mille altri posti. Scrive il vescovo di Aleppo: «Vi assicuro che è penoso trascorrere questi giorni così belli, così attesi lungo tutto l’anno, senza acqua né elettricità, e per giunta separati dal resto del mondo».

Per assaporare il tepore familiare del Natale bisognerebbe essere stati costretti a fuggire dalle proprie case, andando raminghi attraverso mari e deserti, in balìa di sfruttatori senza scrupoli, lontani dagli affetti più cari.

Per ascoltare il canto degli Angeli di Natale, dovrei far tacere rumori e schiamazzi, come recita la liturgia riprendendo il libro della Sapienza: «Mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso, la tua Parola onnipotente, Signore, venne dal tuo trono regale». Giuliano di Vézelay, monaco medievale, commenta: «Tacevano i profeti che l’avevano annunziato, tacevano gli apostoli che presto lo avrebbero predicato. Venga anche ora la parola del Signore a noi che l’attendiamo nel silenzio! Ascoltiamo che cosa ci dice Dio nell’intimo dell’anima».

Per contemplare il Natale mi piacerebbe avere la profonda semplicità di padre Surin, un gesuita francese del XVII secolo, che raccomanda a una sua figlia spirituale: «Abbracciamo questo divino Bambino. Baciamo i suoi piedi sacri, che sono il rifugio dei peccatori; queste mani adorabili, che sono piene di grazie; questa bocca santa, che predicherà un giorno le verità della salvezza; questo piccolo petto, che è il santuario della divinità. Diamo mille baci a questo cuore divino, che è la fonte e la dimora del puro amore. Stringiamo così forte tra le nostre braccia questo amabile Salvatore, che mai nulla ce lo possa strappare».


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