«Numerini» importanti Parlamento fuori gioco

«Numerini» importanti
Parlamento fuori gioco

Ormai se ne accorgono in pochi perché evidentemente l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra altrove. Ma è impressionante quanto sia andata avanti l’emarginazione del Parlamento dalle decisioni sul Bilancio dello Stato e sulla manovra di finanza pubblica. Provvedimenti che sono il cuore della vita politica e parlamentare di ogni democrazia: con quei «numerini» si decidono le sorti del Paese, il suo sviluppo, le sue possibilità di futuro, le speranze di miglioramento o, viceversa, i sacrifici che bisogna fare nei tempi grami. Chi può dire l’ultima parola su questo se non il Parlamento che rappresenta il popolo sovrano?

Invece il potere delle Camere in questa materia (come in altre, del resto) negli anni si è rimpiccolito a vantaggio delle prerogative del governo. Il fenomeno va avanti dalla Seconda Repubblica, più o meno da quando Giulio Tremonti per la prima volta mise la fiducia sull’intera legge finanziaria mettendo deputati e senatori di fronte al diktat: o così o niente. Del resto le Camere della Prima Repubblica erano state (in parte giustamente) colpevolizzate da quel famoso rimprovero dell’«assalto alla diligenza» con cui si descrivevano orde di parlamentari bramosi di ottenere, attraverso emendamenti alla finanziaria da approvarsi reciprocamente, mance e prebende per le loro clientele locali. È stato facile a poco a poco tagliargli le unghie.

Tutto vero. Ma quello che sta accadendo con questa legge di Bilancio, la prima del governo giallo-verde, è decisamente un unicum. È così spinta l’irrilevanza del Parlamento da chiedersi se non valga la pena di mandare tutti in ferie anzitempo. Spieghiamoci. Innanzitutto la Camera qualche giorno fa è stata costretta a votare, con la fiducia, un testo che tutti sapevano essere ormai carta straccia. La bocciatura della Commissione europea sul famoso 2,4 per cento c’era appena stata e le discussioni tra i partiti e con Bruxelles per decidere cosa fare erano appena partite, e così si è pensato di prendere tempo rifilando a Montecitorio un «articolato» di legge che tutti sapevano che sarebbe stato cestinato un attimo dopo: 330 sì, 219 no e un solo astenuto, e l’assemblea dei deputati con solennità ha certificato la propria impotenza: era altrove che si doveva decidere, a Palais Berlaymont, a Palazzo Chigi, a via XX Settembre, sede del Tesoro, non a Montecitorio. «Tutto cambierà al Senato», si è detto con noncuranza.

E così anche Palazzo Madama, ricevendo l’inutile testo approvato dalla Camera, si è messo in attesa di notizie. Che non sono ancora arrivate nero su bianco per la ragione che i tecnici tra Roma e Bruxelles ancora non hanno finito di riscrivere la manovra e perché ad ogni passo Conte ha dovuto prima trattare con Moscovici e poi mettere d’accordo Salvini e Di Maio: ognuno infatti deve fare dei sacrifici sul proprio provvedimento di bandiera (le pensioni per la Lega e il reddito di cittadinanza per il M5S) se si vuol ridurre il deficit come impone l’Europa. Quell’orgoglioso 2,4 per cento («Indietro non si torna!») è già diventato 2,04 («Non drammatizziamo, non ci impiccheremo mica per un decimale») e forse nelle prossime ore scenderà ancora un poco. Prima o poi qualcuno lo dirà anche ai senatori cosa devono votare: con la fiducia, beninteso, un colpo e via. Nelle ore di ozio, i senatori della maggioranza hanno passato il tempo a farsi i dispetti lanciandosi emendamenti di carta: i grillini hanno fatto arrabbiare i leghisti con la tassa sulle automobili; i leghisti hanno reso la pariglia con incursioni uguali e contrarie. Tanto finirà in un falò, rassicurava il presidente della Commissione Bilancio ben sapendo che il testo vero è ancora lontano dall’arrivare, e che forse planerà direttamente in aula senza neanche passare attraverso l’esame della commissione. Le opposizioni possono farsene un ragione. L’importante è sbrigarsi, chiudere prima di Natale.


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