Oggi Bergamo va a votare
Ci sono motivi importanti per farlo

Di Alberto Ceresoli
Anche se non sono mancati toni accesi e violenti, quasi pulp, quella appena conclusa la si può archiviare come una campagna elettorale in bianco e nero, un po’ triste, come quelle vecchie fotografie che ritraggono una giostra senza bambini.

Lasciati al loro grigiore metallico anche gli spazi elettorali allestiti (inutilmente e a spese dei Comuni) lungo strade e viali, questa volta la campagna elettorale si è giocata tutta sui social, Facebook in testa. A dirlo sono i numeri: nel solo mese di febbraio, su Fb, i temi della politica hanno sfiorato quasi i 7 milioni di messaggi, dando vita a oltre 30 milioni di «feed back», di interazioni social. Se è vero che il voto delle prossime ore sarà un voto «di pancia», e se è vero che i social danno voce alla pancia della Rete, ecco spiegato perché più di un sondaggio dà in forte crescita (al Nord come al Sud, passando per il Centro) i partiti di Matteo Salvini, Luigi Di Maio e, anche se più defilato, quello di Giorgia Meloni.

Secondo l’analisi di Blogmeter (società di punta in Italia nel campo della «social media intelligence»), il «leader maximo» della Lega è risultato il primo su Fb per «engagement» (la capacità di creare relazioni solide e durature con i propri follower) e per numero di citazioni, nonché l’autore del post più commentato (43.000 commenti - e un milione e 700 mila visualizzazioni - per la diretta del suo comizio in piazza Duomo a Milano). A seguire, Di Maio, il cui post con cui attesta la verifica dei suoi bonifici da parte de «Le Iene» è risultato il più «engaging» di sempre (300 mila «reazioni», per lo più a favore dell’esponente pentastellato). Poco più indietro, Giorgia Meloni: la guida di Fratelli d’Italia ha collezionato oltre un milione e mezzo di interazioni social. «Renzi – annota la ricerca – si ferma sotto il milione, segno che, pur avendo conquistato in questi anni un elevato numero di sostenitori, ora non riesce più a stimolarli adeguatamente». Ed ecco spiegato dunque perché gli incubi che agitano le notti di Renzi e dello stesso Berlusconi sono popolati proprio da Salvini, Di Maio e dalla Meloni, intenti a stringer tra di loro «un patto scellerato» per governare il Paese.

Finirà così? Le paure sono di molti, terrorizzati dal fatto che una simile alleanza si trasformi in un abbraccio mortale per il Paese, ingovernabile all’interno, impresentabile all’esterno. Vedremo cosa diranno i numeri, tenendo conto che lo stesso Capo dello Stato - il primo garante della democrazia - non potrà fare altro, almeno in un primo tempo, che rispettare il dato aritmetico. Ma l’Italia, oggi, non ha bisogno di cavalcare i «mal di pancia» dell’elettorato quanto di rimuoverne le cause, dimostrando quella serietà e quella competenza che in politica gli italiani non percepiscono da tempo. E alle urne, alle fine, ci vanno loro. Certo che se nell’enorme platea dei social, i contenuti della campagna elettorale hanno scalzato i programmi preferendo i fatti di cronaca, allora il problema si fa serio.

Pur in ripresa, i consumi degli italiani devono ancora ingranare la marcia giusta ed è dunque necessario proseguire sulla strada del risanamento economico e del rafforzamento del Pil, che ha chiuso il 2017 non con dati stellari, ma certo rassicuranti. Solo ridando fiato all’economia, ci si potrà occupare dei veri problemi che stritolano il nostro Paese. Quello della natalità in primis, crollata vertiginosamente a picco. Una nazione con pochi figli e tanti anziani non potrà mai crescere, ma pagare solamente costi sociali altissimi. E allora serve una politica seria per la tutela e il sostegno della famiglia, che assicuri un’istruzione di alto profilo ai nostri ragazzi, capace poi di garantire loro un adeguato ingresso nel mondo del lavoro. Servono politiche del lavoro - e previdenziali - davvero efficaci, serve «emarginare» la povertà - non i poveri! -, serve garantire una giusta integrazione (che contemperi il doveroso rispetto di culture diverse senza per questo cancellare le nostre tradizioni) e che garantisca il rispetto delle nostre leggi, mettendo al bando ogni forma di razzismo. Serve occuparsi seriamente delle questioni etiche, sulle quali è doveroso dibattere, tenendo fermo il principio dell’inviolabilità della vita umana. Insomma, per dirla come il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente dei vescovi italiani, occorre ricostruire, ricucire, pacificare, occorre costruire ponti di dialogo.

È a questo che dobbiamo pensare quando oggi andremo alle urne. Ma andremo? Andremo tutti? Quello dell’astensionismo è un altro grande problema della politica di casa nostra: a livelli minimi fino agli anni Novanta (la partecipazione al voto degli italiani - fino ad allora - era sempre stata tra le più alte dell’Occidente), ha poi registrato un crescendo continuo, tanto che oggi - stimata tra il 30 e il 35% - rischia di essere il «partito» più forte del Paese. Andare a votare non è soltanto un diritto-dovere da esercitare per un semplice (e persino banale) senso civico, ma è una forma di rispetto verso se stessi, la propria coscienza, la propria intelligenza: chi non va a votare non è semplicemente uno che si astiene dal voto, ma uno che lascia ad altri ciò che dovrebbe decidere lui. Se non si esprime il proprio voto, non serve a nulla lamentarsi poi della politica, perché la colpa è anche di chi ha permesso ad altri di rovinarla senza prendere alcuna decisione. Se non si esercita il diritto di voto, allora si deve perdere anche quello di critica. Ma non solo: non votando, si finisce con l’agevolare quei «maneggioni» che continuiamo a criticare. «La mancanza di partecipazione elettorale - scrive la politologa Selena Grimaldi - finisce per creare una distorsione nei processi di comunicazione delle preferenze dei cittadini, per cui i gruppi più attivi, che di solito sono anche i più potenti e organizzati, hanno maggior possibilità di proteggere i propri interessi. Questo non solo produce una diminuzione della capacità dei governanti di rispondere alle esigenze della maggior parte dei cittadini, ma crea condizioni favorevoli per quella commistione tra politica e affari di cui, purtroppo, il nostro Paese non riesce a liberarsi del tutto». Lo stesso vale per gli indecisi: non basta il disinteresse verso la politica e la presunta incapacità di comprendere un sistema elettorale complesso (per usare un eufemismo...) per disertare le urne.

Oggi, però, noi bergamaschi abbiamo un motivo in più per andare a votare. Non c’è da scegliere soltanto il governo del Paese, ma anche quello della nostra regione, e in lizza abbiamo due politici di casa nostra, il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori (Pd), e il consigliere regionale Dario Violi (M5S). I bergamaschi li conoscono bene entrambi: il primo alla guida di una città che ha ritrovato l’iniziativa, il secondo, leader dei 5 Stelle lombardi (e bergamaschi) impegnato in Consiglio regionale su sanità, montagna, economia e lavoro. Non c’è dubbio che per la nostra provincia sia dunque una grande occasione da cogliere al volo: riuscire ad eleggere un presidente bergamasco alla guida del Pirellone (sarebbe il primo da quando è stata istituita la Regione) non sarebbe soltanto un motivo di orgoglio, ma anche la garanzia di vedersi ben rappresentati (e tutelati) in un territorio tra i più importanti d’Europa. Criticità da risolvere ne abbiamo molte e il sostegno di un rappresentante autorevole come il presidente della Regione ci farebbe davvero comodo. Un motivo in più per andare alle urne. Pensiamoci, male non fa.

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