Patrono martire Memoria e profezia

Patrono martire
Memoria e profezia

La fede uno non se la può dare. Si può decidere di credere sulla scia della testimonianza di qualcuno che si è già incamminato in quell’avventura. Giungere alla fede è un atto che impegna la libertà personale, ma sempre nel contesto di un intreccio di storie. La memoria del Patrono è dettata dalla riconoscenza nei confronti di chi, lungo i secoli, ci ha presentato il vangelo di Gesù e ci ha aperto gli occhi sull’amicizia che lui ci offre. È lecito il sospetto che celebrare con rilevanza pubblica la storia di una comunità cristiana sia iniziativa anacronistica e un po’ patetica, per una realtà – la Chiesa – che nella sua compagine sociologica e nella sua immagine mediatica vede ridimensionarsi gli spazi di influenza.

Grazie a Dio, non è più tempo – se mai sia stato legittimo farlo – per una ostensione trionfalistica e superba dell’identità. Per coloro che si professano credenti è un’occasione preziosa per verificare quanto siano felici di aver incontrato Gesù Cristo, di aver riposto il loro vanto in lui, direbbe l’apostolo Paolo. La risposta non è scontata, perché, se positiva, vale come un’ammissione di responsabilità. Lasciarsi conquistare da Cristo vuol dire rivoluzionare il modo di vivere tutte le relazioni, con quanti sono associati all’esperienza cristiana e con tutti coloro che condividono il periglioso mestiere di vivere. In una parola: la fede genera testimonianza, come atto individuale e comunitario.

Facile a dirsi, eppure aleggia una certa frustrazione nei confronti delle progettazioni pastorali, delle quali l’ideazione appare complessa e l’efficacia alquanto incerta. Con un pizzico di rassegnazione, si oscilla tra la replica inerziale di alcune pratiche e l’azzardo di iniziative che rischiano di rivelarsi ben presto effimere.In questo scenario, assume il tono di una voce profetica l’intervista rilasciata nei giorni scorsi dall’arcivescovo di Manila, il cardinal Tagle. A proposito del cambiamento di epoca che impetuosamente investe la Chiesa, in particolare nella regione europea, ha sostenuto che «la fede non sta morendo; sta crescendo e sta evolvendosi». Per chi diffida dei discorsi ecclesiastici, possono sembrare parole utopiche ed autoconsolatorie. Nemmeno a chi crede forniscono l’alibi per il disimpegno. Richiamano infatti al dinamismo di quello Spirito che, come promesso da Gesù, non abbandona mai i suoi discepoli; però chiede di essere ascoltato e docilmente seguito. Il prossimo sinodo è appuntamento delicato per rinvigorire la sfida della trasmissione della fede, specialmente alle giovani generazioni, che osservano con distacco le tradizioni infiacchite e sono allergiche alle ipocrisie. «I giovani sono grandi cercatori di senso e tutto ciò che si mette in sintonia con la loro ricerca di dare valore alla propria vita suscita la loro attenzione e motiva il loro impegno», si legge nel documento preparatorio ai lavori sinodali. È il riconoscimento di una opportunità; ma vale anche come un monito, perché una Chiesa che rinunciasse a testimoniare il senso di Gesù perderebbe di sapore.

La città e la diocesi di Bergamo venerano come patrono un martire. La sua memoria evoca il motto apostolico della «buona battaglia», perché la fede incide nella vita, quindi ne porta il peso e qualche volta ne subisce le sconfitte. L’incontro con Gesù non offre salvacondotti; semmai libera dalla paura di soccombere e accende la speranza che le fatiche profuse per essere fedeli oggi al vangelo siano feconde, nella logica del seme e del lievito. È significativa la convergenza delle iniziative di questi giorni sulla virtù dell’umiltà. Gli effetti dell’arroganza dilagante anche nei rapporti quotidiani sono purtroppo ben visibili e giungono a corrodere la misura buona della convivenza, quindi della nostra umanità. La pratica dell’umiltà chiede di convertire lo sguardo, «dal basso verso l’alto», non per annientarsi, ma per mantenersi aperti al nuovo. Chi è umile è disponibile a mettere a confronto e a discutere le proprie convinzioni. Così pure nutre rispetto per quel desiderio di compimento e di pienezza che attraversa i nostri legami più preziosi. Magari non succede… Quando però capita di imbattersi in un Dio umile, grande è lo stupore di far parte di una storia di grazia. Che merita la vita.


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