Penalizzare i giovani vuol dire arrendersi

Penalizzare i giovani
vuol dire arrendersi

Il 24,21% degli studenti bergamaschi dopo la terza media sceglie la formazione professionale regionale: alla qualifica, tre anni dopo, il 70% trova lavoro. Regione Lombardia, con 60 mila ragazzi nei corsi, concentra il 50% di tutta la formazione professionale nazionale: tolte Veneto e Emilia, il resto è deserto. Per questo è una notizia l’appello bipartisan ai consiglieri regionali di Abf, il più grande ente di formazione provinciale, che paventa un buco in bilancio di 3 milioni e 600 mila euro per taglio di contributi regionali pregressi. La Provincia ha convocato domani tutti quanti.

Ci sarà anche Aef, l’associazione degli enti di formazione di cui fanno parte alcune fra le maggiori organizzazioni sul territorio (Patronato San Vincenzo, Engim, Enaip, Scuola d’arte Fantoni). Non ci sarà il colosso Ikaros, che fa riferimento ad altra rete. Perché tutti in Provincia? Perché se il problema di Abf è specifico, il momento di cambiamento delle politiche di formazione al lavoro è generale. La questione di Abf (condivisa con altre aziende speciali lombarde) risale al 2001, quando la Regione, passando la formazione alle aziende speciali delle province, ci spedisce il suo costoso personale di fascia D, assicurando il pagamento dello stipendio contro una dote/allievo ridotta a 2.500 euro invece dei 4.000 degli enti accreditati. A Bergamo arrivano in 130, contributo 5 milioni 600 mila euro. Oggi ne restano in servizio circa la metà. A febbraio 2015, con la delibera 3.143, Regione cambia, a bilanci sfalsati in corsa, il sistema di finanziamento. In Abf si apre una voragine perché vengono a mancare, da gennaio ad agosto, sia il contributo sia la maggiorazione delle doti. Se Regione Lombardia non vuole restituire il contributo, dovrebbe almeno maggiorare le doti da gennaio 2015. Resterebbe un buco di un milione e 700 mila euro, molto più riassorbibile.

Gli enti accreditati hanno altri problemi, perché la dote, prima uguale per tutti i corsi, ora varia secondo il costo dei laboratori; scendono le doti riservate ai disabili e, dal terzo anno, il 5% delle doti assegnate viene tagliato se non si usa l’apprendistato. Il senso di inserire l’apprendistato dentro il percorso di formazione è ottenere un duale alla lombarda, non privo di genialità, che sfrutta gli ingenti fondi europei canalizzati dal Jobs Act e ci aggiunge 8 milioni e 600 mila euro regionali per l’apprendistato (più o meno quelli recuperati dalle aziende speciali).

In effetti, a Bergamo potrebbe funzionare, perché con il lancio nazionale del sistema duale, le aziende che assumono un apprendista in formazione (licenziabilissimo) se lo vedono pagare praticamente dai contribuenti, mentre l’ente riscuote una dote di 6.000 euro per ogni avviato. Contenti tutti: Regione che può usare i risparmi in altre fantasiose direzioni, ragazzi che trovano lavoro, aziende a costo del lavoro zero e enti di formazione che recuperano fondi.

Il rovescio è che gli enti non possono più contare su trasferimenti stabili, ma devono ingegnarsi, riorganizzarsi e convincere le aziende per arrivare al risultato. E molti di loro hanno bilanci tirati. Perché le doti sono meno degli studenti effettivi, che vengono accolti comunque, gli stipendi dei docenti non sono d’oro e neppure d’argento e la modulazione delle doti non copre del tutto la variabilità dei costi di gestione secondo la qualità e la tipologia dei laboratori.

La sfida per la formazione professionale è grande, ma tutto sommato positiva, soprattutto per i giovani. Ma sono richieste apertura mentale e onestà intellettuale tra tecnici e politici.


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