Per Città Alta il rischio Venezia

Per Città Alta
il rischio Venezia

Tempo fa l’architetto Sandro Angelini, sempre attento alle vicende di Città Alta, metteva in guardia contro i «negozi dell’inutile», ossia quelle attività non legate alle esigenze degli abitanti ma alla domanda dei visitatori. Di un vero e proprio afflusso turistico ancora non si parlava anche se a questo mirava l’Azienda autonoma di turismo nata negli anni Sessanta. Un afflusso che si riduceva a ben poco. Auto che arrivavano dalle vicine città lombarde, Milano prima di tutto, e pullman che nella stagione estiva portavano comitive di tedeschi dai campeggi del lago di Garda.

Inimmaginabili le trasformazioni degli ultimi anni, la Corsarola, via Gombito più via Colleoni, specchio fedele ma anche deformante di una realtà che avvicina sempre di più la situazione di Bergamo Alta a quella di Venezia. Una folla disordinata e distratta, la quasi totale sostituzione delle rare attività commerciali di vicinato con negozi destinati a soddisfare un consumo frettoloso. E non si tratta solo di ristoranti o di negozi d’abbigliamento. Pizze al trancio, hamburgher, arancini, cartocci vari lasciano dietro di sé come una scia nel sottofondo dei «trolley» e del loro andirivieni che segna la presenza di B&B e di un nuovo modo di viaggiare grazie soprattutto alla presenza dell’aeroporto.

Sì, c’è anche il turista colto, ma non dimentichiamo che fu necessario controllare gli accessi alla basilica di Santa Maria Maggiore per impedire che entrassero visitatori «da spiaggia», con cono di gelato, braghette e infradito. Né è piacevole lo spettacolo di quanti prendono possesso di piazza Vecchia per dare tono alla tintarella, d’obbligo per italiani e stranieri, con l’eccezione delle comitive giapponesi.

La Città Alta di un tempo, si fa per dire, quella dei voli di piccioni al suono delle campane e dei leoni di marmo di Verona che vegliano dalla gradinata della basilica, la si trova ancora solo di buon mattino prima che in piazza Vecchia inizi l’andirivieni dei furgoni delle merci.

La sera no, la quiete, rara, arriva solo a notte fonda. Ma è una realtà con la quale bisogna pur convivere cercando di ridurre gli aspetti in negativo e di restituire al centro storico la sua vivibilità riducendo il traffico, riordinando gli afflussi, dando una regola al commercio. E gli abitanti? L’invecchiamento non è una esclusiva della città dentro le mura. Più volte si è pensato di portare i giovani lassù, ma canoni d’afflitto troppo alti e indisponibilità di alloggi li hanno tenuti lontani.

Ho condiviso l’amore per Città Alta e quello per Venezia. Quest’ultima è ormai invivibile eccetto che in pochi angoli più appartati. E Bergamo? Nonostante il velo pessimistico credo non sia troppo tardi. Sosteneva un noto urbanista, Giovanni Astengo, che lavorò anche al piano regolatore di Bergamo negli anni Settanta, essere Bergamo città fortunata: per le sue caratteristiche e le sue dimensioni potevano bastare pochi interventi per cambiarla e in meglio. Non so se fosse un buon profeta,ma forse il tempo c’è ancora.


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