Piazzale Alpini e i confini della città

Piazzale Alpini
e i confini della città

distinzione classica tra centro e periferia. Poche centinaia di metri e passi da una realtà all’altra senza manco accorgertene. Le zone che ospitano le stazioni sono emblematiche, in tal senso: spesso centrali per ubicazione ma marginali per frequentazione. Un destino comune a molte realtà europee, perché se in stazione c’è un viavai di persone che partono e arrivano, per converso è il posto migliore per chi deve restare, ma non sa dove andare. A Bergamo la zona della stazione si declina al plurale: le stazioni, e non un vezzo linguistico.

Perché c’è quella dei treni, quella delle autolinee e pure quella della Sab. E le difficoltà vanno di pari passo con l’estensione di un’area che arriva ad essere ancora più grande, abbracciando lo scalo merci da un lato e piazzale Alpini dall’altro. Ecco, fermiamoci qui, in quello spiazzo dedicato alle nostre Penne Nere dal 1962, anno dell’adunata che vide l’inaugurazione del monumento. Un piazzale da sempre nell’occhio del ciclone: spaccio, violenze, bande rivali, degrado. Ingredienti che conosciamo da sempre, anche solo perché la nostra redazione quello spiazzo ce l’ha davanti. Al punto tale che, qualche anno fa, le nostre finestre vennero usate come punto d’osservazione privilegiato della polizia per filmare la banda che gestiva lo spaccio.

Piazzale degli Alpini è un classico esempio di non luogo: lo attraversi ma raramente ti fermi, perché non c’è un valido motivo e spesso non è nemmeno consigliabile. Non c’è nulla, né un chiosco né altro: solo qualche turista spaesato (che sicuramente non ha un bell’impatto con la città) e capannelli di persone spesso poco raccomandabili. Ora sono stranieri nella quasi totalità: in un recente passato erano bergamaschi doc, spacciatori e tossicodipendenti, senzatetto per vocazione o per necessità, che trovavano un giaciglio sulle panchine. La situazione è peggiorata? No, è sempre stata grave, come purtroppo capita per aree urbane di questo genere, marginali pur essendo a pochi passi dal centro. Uno dei tanti confini invisibili: non li vedi ma ci sono.

Chi ha un minimo di memoria ricorderà che la svolta sarebbe dovuta arrivare con la demolizione delle vecchie autolinee con tutti loro anfratti e il deposito sotterraneo delle bici: il cristallo dell’Urban Center doveva essere il simbolo della ritrovata trasparenza e sicurezza di questa complessa parte della città. Non è andata così, ed è la conferma che problemi del genere necessitano di un approccio articolato e non demagogico.

C’è sì un piano urbanistico, ma anche uno funzionale: individuare cioè quelle destinazioni capaci di portare più gente possibile in luoghi marginali, da sempre la migliore ricetta contro il degrado. C’è sicuramente il piano sociale, ma anche quello della sicurezza, perché è indubbio che la presenza delle forze dell’ordine sia comunque e ovunque rassicurante, figuriamoci in posti del genere. Ecco, serve tutto, tranne la demagogia a fini elettorali. Perché se piazzale Alpini è un problema, lo è da decenni: in questo arco di tempo si sono susseguite amministrazioni di qualsivoglia colore, e nessuna ha risolto il problema, visto che è ancora lì sotto gli occhi di tutti.

Non è un atto di accusa verso chicchessia, solo un invito alla concretezza, un po’ all’insegna di quelle penne nere alle quali il piazzale è dedicato. Piazzale Alpini è il secondo tempo di quella partita iniziata nella seconda metà degli anni ’90, quando il degrado andava ben oltre, allungando i suoi tentacoli fin lungo il viale. Cosa è successo? Che qualcuno ha raccolto la sfida e scommesso su una promenade bellissima, da percorrere con gli occhi in avanti verso Città Alta e con alle spalle il degrado delle stazioni. È arrivato così un albergo, poi un altro, poi un locale e dopo tanti altri: l’arredo urbano, i tavolini, i bar e le gelaterie, e insieme la gente. I turisti ospiti degli hotel in primis, ma poi tanti bergamaschi che magari prima si fermavano ai Propilei, la porta del centro che dista solo poche centinaia di metri.

Mettere mano all’area di una stazione è sempre una scommessa: anche quelle più moderne sono bellissime e funzionali dentro, un po’ meno fuori, perché rimangono comunque spazi complessi dal punto di vista sociale. Negarlo non serve a niente, così come pensare che la situazione sia solo frutto della (innegabilmente massiccia) presenza straniera, perché proprio la storia di piazzale Alpini ci racconta una cosa diversa: qui si è sempre spacciato e ci si è picchiati per una dose o una bottiglia di troppo. I nostri archivi sono qui a confermarlo: pagine e pagine di articoli, inchieste e denunce negli ultimi decenni. Un triste déjà-vu, cambiano i protagonisti ma non il copione, perché è la natura (e l’ubicazione) del luogo che fa la differenza.

Certo, qui c’è un’emergenza in più, innegabile, la presenza di ben 3 istituti scolastici in zona: migliaia di studenti che gravitano intorno al piazzale e potenzialmente a rischio ogni giorno. Anche per questo la risposta deve essere articolata ed inclusiva: prendere cioè atto che qui come in ogni città esistono marginalità che non cancelli mettendo la polvere sotto il tappeto o con prove muscolari che alla fine spostano il problema da una parte all’altra. E allora non servono isterismi di maniera o beghe politiche, ma la sana consapevolezza che la situazione è sì molto seria ma non irrecuperabile. Che c’è un modo per riprendersi piazzale degli Alpini, viverlo: mettere cioè in campo tutte quelle azioni possibili per riportarlo al centro (e in centro) e riprendere la partita che ha portato alla riconquista del viale. Ma per farlo non basta una risposta, ne servono tante.


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