Piccolo gregge futuro prossimo

Piccolo gregge
futuro prossimo

Le chiese di questi giorni di Ferragosto sono vuote o quasi. La Messa delle 11 nella mia parrocchia di Santa Lucia al Tempio votivo è frequentata, di solito, dalle trecento alle quattrocento persone. Domenica scorsa erano una ottantina. I pochi fedeli in un chiesone enorme danno un vago senso di spaesamento. «Rari nantes in gurgite vasto», commentava il mio vecchio parroco di fronte a situazioni simili: «Rari nuotatori nel vasto mare», e si faceva bello nel citare una frase famosa dell’Eneide di Virgilio. Solo una contingenza estiva? Per ora, sì. Ma quello che succede adesso soltanto in estate potrebbe suggerire qualcosa su quello che potrebbe succedere sempre, in futuro. Intanto, vale la pena sottolineare, ancora una volta, una considerazione di metodo. Quando si ragiona di chiese piene o vuote, si ragiona su dei numeri e si pensa che una chiesa piena è vitale, mentre una chiesa vuota è asfittica.

È un criterio ovvio ma non può essere né l’unico né il predominante. In fondo in una comunità numerosa potrebbero esistere grossi contrasti e, in quel caso, il numero potrebbe fare da moltiplicatore dei contrasti. Ma neppure in una comunità piccola – soprattutto se diventata piccola con il tempo – ci si può consolare con il classico «pochi ma buoni». Perché che siano pochi si vede, che siano buoni non si vede, non si sa e andrebbe dimostrato.

Insomma i numeri magri delle Messe estive pongono il problema di che cosa si pensa essere necessario per una buona comunità cristiana: la qualità della preghiera, la carità, i rapporti fraterni, la passione i problemi della società (sì, anche quelli e anche la politica perché se una comunità cristiana si accontenta di godere del profumo dell’incenso della propria sagrestia, non è una buona comunità cristiana). In altre parole, i numeri ridotti rimandano a ciò che sta oltre i numeri, anche e soprattutto perché ridotti.

La Chiesa di oggi, in effetti, non dispone più di grandi motivi per illudersi. I grandi numeri fanno pensare automaticamente a qualcosa di grande, di importante, di forte. Ecco: soprattutto la forza è ciò che culla la Chiesa quando le sue chiese sono piene. L’illusione della forza oggi non c’è più o c’è sempre di meno. E anche quando c’è, c’è anche, immancabilmente, il rischio: che la forza messa in gioco sia quella della Chiesa stessa che non sempre coincide con quella del Vangelo.

Sicché le Messe spaesate del Ferragosto potrebbero essere, paradossalmente, una buona palestra nella quale imparare a vivere diversamente la propria fede, spogliandosi delle illusioni facili e andando a fondo dei motivi buoni che vengono dalla fede, dal Vangelo, dalla storia sana della comunità cristiana.

In queste domeniche si legge, nelle Messe, il cosiddetto «discorso eucaristico» del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni. Come noto, quel discorso finisce male. Gesù parla di sé come «pane disceso dal cielo», parla di fede, di pane-corpo da mangiare, vino-sangue da bere. Insomma, temi molto impegnativi. Alla fine però il vasto pubblico che lo ascoltava all’inizio non capisce quei temi e si sfalda. «Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui», racconta l’evangelista Giovanni. Gesù resta con il «piccolo gregge» dei suoi amici più stretti.

Non è fuori posto vedere nella Chiesa di oggi la storia del piccolo gruppo che è chiamato a scoprire non tanto i motivi di chi se ne è andato, quanto piuttosto i motivi di chi ha deciso di restare. «Tu hai parole di vita eterna», dice Pietro, alla fine, in risposta a Gesù che ha chiesto: «Volete andarvene anche voi?». Quello è ciò che conta: tornare, senza sosta, «alle parole di vita eterna». Perché la cosa più importante non è tanto restare nel gregge, ma avere dei buoni motivi per restarci.


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