Politica estera
la grande assente

C’è qualcosa di asfittico nella campagna elettorale in corso per rinnovare il Parlamento. Il dibattito pubblico non entra quasi mai nei territori immensi e decisivi della politica estera. Con un’eccezione: il ruolo dell’Europa. Ridotta però nella veste di esattore e di decisore della politica macroeconomica. Per i sovranisti è la grande matrigna che succhia il sangue ai popoli sudditi. Sfugge il senso nobile dell’operazione che portò i padri fondatori all’integrazione di Paesi reduci da due conflitti mondiali: garantire la pace al continente.

Oggi l’appartenenza all’Unione (500 milioni di abitanti) è invece motivata anche dall’obiettivo di contare di più a livello globale, a fronte di giganti economici e demografici come Cina (un miliardo e 290 milioni di residenti), India (un miliardo e 330 milioni) e Stati Uniti (321 milioni). Correggere le storture dell’Ue è un’urgenza, uscirne un danno, come si evince anche dai pentimenti britannici del dopo Brexit.

Le elezioni non si vincono sulla politica estera, che peraltro interesserebbe a pochi cittadini italiani. Se il primo assunto è vero, il secondo andrebbe dimostrato. Il provincialismo di una parte della classe dirigente, non solo politica, e dei grandi mass media non aiuta certo a far crescere una sensibilità sulla materia. Ed è un limite che scontiamo, tanto più oggi: viviamo un cambiamento d’epoca e non un’epoca di cambiamenti, come ha rimarcato Papa Francesco, non a caso riconosciuto come uno dei pochi, se non l’unico, leader mondiali capace di uno sguardo profondo rispetto a ciò che accade oltre i nostri confini.

I temi del resto non mancano: dalle correzioni necessarie alla globalizzazione ai cambiamenti climatici, dall’immigrazione alla lotta alla povertà a un ordine mondiale da ridefinire. I nostri partiti che idea - escluse quelle banali - hanno rispetto a questi dossier? E riguardo alla riforma delle Nazioni Unite? E cosa pensano dell’allargamento dell’Unione europea dagli attuali 27 a 33 Stati, con l’ingresso entro una decina di anni di sei Paesi balcanici (Serbia, Montenegro, Albania, Bosnia, Macedonia e Kosovo)? Si tratta di argomenti non relegabili ai soli pensatoi della geopolitica: hanno ricadute sulla nostra vita. E invece il dibattito pubblico è ripiegato all’interno dei confini nazionali, affronta questioni importanti ma la cui soluzione talvolta dipende da dimensioni molto più ampie del nostro cortile di case. Non basta porsi in posizione puramente reattiva rispetto a questi temi ma serve la capacità di allargare lo sguardo, nello spazio e nel tempo. Un esempio: nel 2011 il nostro Parlamento votò a favore dei raid sulla Libia per abbattere il regime di Gheddafi, quel Gheddafi che fino a qualche mese prima veniva accolto nelle capitali europee con gli onori che si riservano ai capi di Stato. L’operazione militare era monca di una strategia per gestire la fase successiva alla caduta del regime. Risultato: oggi la Libia è uno Stato fallito e ingovernato, da dove partono i migranti diretti in Europa ed abitato anche dall’Isis. Al punto che nell’aprile 2016 Barack Obama definì la guerra in Libia il suo più grave errore. Cinque anni dopo.

Ma restiamo in Africa. Secondo uno studio demografico dell’Onu, oggi nel continente nero le nascite superano di quattro volte le morti. Le donne generano in media 4,5 figli, contro gli 1,6 in Europa. Così, nei prossimi trent’anni, gli africani aumenteranno di un miliardo, gli europei caleranno di 30 milioni. Difficile immaginare come i flussi migratori saranno influenzati da questa pressione demografica senza precedenti. La risposta alla politica estera.

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