Popolari europei
assalto da destra

Siamo già in campagna elettorale per le Europee di maggio e l’attuale andazzo potrebbe diventare rumorosa normalità. Prima le parole urticanti del francese Moscovici rivolte all’Italia («piccoli Mussolini»), poi la lite in pubblico fra il ministro lussemburghese Asselborn e Salvini: entrambe parlano di relazioni avvelenate dopo la nascita del governo Conte, cioè la grande incognita comunitaria, e il contagio dell’ungherese Orban. Mentre la crepuscolare Merkel avverte che la retorica nazionalista minaccia la coesione europea (quel che resta, per la verità), Mattarella invita a ridurre la conflittualità e Draghi ricorda i costi delle parole di troppo. All’indomani della sanzione contro l’illiberale Ungheria, il clima resta teso rispecchiando due mondi diversi e alternativi, e c’è da chiedersi quale sarà quello reale. La posta in gioco non riguarda solo la gestione degli ingressi e della redistribuzione dei migranti, ma la visione e la cultura del processo europeo.

La crisi dei debiti sovrani ha allontanato Nord e Sud, quella innescata dai flussi migratori divide vecchia e nuova Europa sull’asse Ovest-Est. Con una differenza: nel primo caso il conflitto restava all’interno dei fondamentali, nel secondo mette in discussione lo Stato di diritto e l’idea stessa di democrazia. I sovranisti hanno dalla loro lo spirito dei tempi e devono cogliere l’attimo qui e ora, accelerato e apparecchiato anche dai rigori della dottrina dell’austerità.

Il tandem franco-tedesco, che nel bene e nel male ha guidato l’Europa che conosciamo, si gioca tutto: a partire dal destino dei popolari (il Ppe di centrodestra), socialisti e liberali, le forze fin qui riunite in un sistema di collaborazione-competizione. Al voto di maggio c’è un’eternità, ma gli ultimi sondaggi danno i popolari in discesa da 219 seggi a 186, i socialisti da 189 a 150 e gli euroscettici in crescita da 78 a 119. L’obiettivo di Salvini e soci non è un Europarlamento a tre dimensioni, piuttosto a due: scalzare i socialisti e governare con i popolari, spostandoli a destra. In che termini: assemblando tutta l’area eccentrica dei populisti o spolpare dall’interno quello che un tempo era il salotto buono della politica europea attraverso un’operazione trasversale? Il cavallo di Troia Orban, che già fa parte del club dei popolari, è schierato e resta da capire la combinazione che uscirà dal cilindro di Salvini. Il fronte europeista è un confuso cantiere in allestimento e sconta quattro limiti: integrazione a corrente alternata, perdita di credibilità della prospettiva socialdemocratica, un leader teorico (Macron) ai minimi storici in Francia, alleanza molto eterogenea (dai centristi di ogni genere alle tante sinistre, compresa quella greca di Tsipras). Un universo percepito come corresponsabile dello status quo. Molto dipende da quel che faranno il Ppe e soprattutto i democristiani tedeschi: se vorranno garantire ancora il monopolio conservatore sull’Europa o se cambieranno pelle. Il punto di partenza è che, insieme al continente e al declino della Merkel, sta mutando pure la natura del Ppe: già sul finire degli anni ’90, nel tramonto di Kohl, ha privilegiato l’antisocialismo all’europeismo incassando l’arrivo di Berlusconi, dei postfranchisti spagnoli e, nel gruppo parlamentare, dei conservatori inglesi. La cancelliera è troppo debole per sconfiggere gli avversari, eppure rimane troppo forte per poter essere esclusa dalla partita. Un altro assaggio si avrà fra un mese con le elezioni in Baviera dove i cristiano sociali della Csu, l’ala più intransigente dei democristiani, rischiano in un contesto nazionale dove l’estrema destra vola nei territori orientali. Per quanto il partito della Merkel abbia votato contro Orban, la Cdu è in seria difficoltà e la stessa candidatura del bavarese Weber alla guida della Commissione di Bruxelles segnala un abbandono del centro. Finora gli austriaci sono allineati, tuttavia il dilemma richiama il ruolo storico svolto dai conservatori in difesa della liberaldemocrazia: fare muro contro la destra radicale come in Germania o cooptarla come a Vienna? Respingerla in nome di un retroterra umanistico e di una chiarezza programmatica, o integrarla nel tentativo di addomesticarla? Prendere atto che i vecchi assetti sono saltati e quindi vanno subiti al ribasso o governati al meglio? I precedenti storici sono tutt’altro che incoraggianti e lo stesso leader ungherese preferisce l’attacco alla difesa. La censura dell’Europarlamento non avrà seguito perché serve il voto unanime del Consiglio europeo, e la Polonia ha già detto «no», e del resto la «democrazia illiberale» all’ungherese continua a condizionare l’agenda di parecchi leader. Oltre a poter lucrare comodamente su più tavoli: quello del Ppe, dell’antieuropeismo e dell’appartenenza all’Ue che si tiene stretta anche per via dei generosi Fondi europei. Per calcolo e per utilità come un bancomat, rivelando comunque – senza poterlo dire – quanto sia indispensabile questa pur malconcia Europa.

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