Primato del lavoro e un’idea di libertà

Primato del lavoro
e un’idea di libertà

È stato confortante sentire il Papa, all’Ilva di Genova, richiamare l’art. 1 della Costituzione, per sottolineare il legame tra lavoro e dignità umana, e attaccare la speculazione, che sfrutta e mercifica i lavoratori, ma anche – con connessione più originale – l’imperante retorica meritocratica. Si sono ascoltate parole che la classe politica non riesce più a pronunciare, ridotta com’è, trasversalmente, a celebrare un riformismo di cui competizione e merito sono ingredienti immancabili.

L’affondo del Papa sulla questione sociale e addirittura costituzionale («sfruttare la gente è incostituzionale!») ha alle spalle una fondazione teologica, ma, insieme, una profonda radice antropologica che, come nel caso della questione ambientale, costruisce un terreno di dialogo empatico, aperto a tutti, credenti o meno. Il primato del lavoro promuove un’idea di libertà che si traduce nella partecipazione di tutti alla costruzione cooperativa e responsabile del bene comune. Nella Costituzione e nella dottrina sociale della Chiesa, la libertà è infatti riconosciuta come generata e continuamente alimentata dall’amore e dalla cura di altri (in famiglia, nella scuola, in una comunità territoriale, in una parrocchia, ecc.) e dunque chiamata a farsi restituzione, svolgendosi nella direzione della corresponsabilità.

Mi pare evidente che questa concezione è oggi del tutto marginale, anche nella cultura dei credenti. Le si contrappone, consapevolmente o meno, una visione in cui la libertà è considerata un patrimonio originario dell’individuo, la dotazione proprietaria con cui l’uomo, imprenditore di se stesso, si avvia alla dura competizione sociale. Si parte cioè da un’idea di libertà senza debiti e quindi senza responsabilità, a cui, tutt’al più, si può richiedere di «non danneggiare l’altro». L’altro è, nella migliore delle ipotesi, un estraneo o, peggio, un concorrente con cui misurarsi o una minaccia da cui immunizzarsi. È questa libertà, declinata come indipendenza, a sfociare nella «meritocrazia» che il Papa contesta: «Il talento non è un dono secondo questa interpretazione, è un merito. In quest’ottica il mondo economico leggerà i diversi talenti come meriti»; e, di converso, «il povero è considerato un demeritevole e se la povertà è colpa del povero i ricchi sono esentati dall’aiutarli».

Se infatti la libertà è pensata come indipendenza e competizione, le diseguaglianze sono la giusta distribuzione di meriti e ricompense. E la fragilità non può più essere riconosciuta quale condizione universale dell’umano, di cui prendersi fraternamente carico e cura, ma diventa una patologia o, appunto, una colpa.

In tutti i luoghi (impresa, scuola, amministrazione) assistiamo a questa enfasi, talora ossessiva, per la misurazione procedimentale di performance individuali, correlata all’introduzione di meccanismi di valutazione competitiva che premino i differenziali di produttività.

Si trascura che il merito è anche esito di condizionamenti sociali o l’estrazione – casuale – di un numero dalla lotteria del talento naturale. E che la performance individuale è sempre debitrice, talora in modo parassitario, di un capitale sociale che la precede e accompagna. Ma soprattutto, in questo modo, le differenze scadono a fattori in competizione, in attesa di essere messe in classifica, e si svilisce il momento cooperativo.

Nel progetto di ordine sociale perseguito dalla Costituzione, le differenze partecipano piuttosto di un moto cooperativo in cui è promosso il senso attivo della cittadinanza. L’art. 4 della Costituzione, in particolare, valorizza il contributo che ognuno – «secondo le proprie possibilità e la propria scelta» - può - e deve! - dare all’organizzazione sociale, poiché dalla cooperazione tragga giovamento soprattutto chi si trova in condizione di maggiore fragilità.

Le capacità si completano e sono fatte per cooperare. Né il Papa, né la Costituzione strizzano l’occhio al parassitismo, chiedendo anzi una personale assunzione di responsabilità e partecipazione. Il vivere associato, non a caso, è preparato – nella dottrina sociale della Chiesa e nella Costituzione – dalla famiglia, che funziona secondo un principio di amore e di cura delle diversità e un ideale di cooperazione. L’amore per la diversità immette nella vita una libertà coraggiosa e fiduciosa. Una libertà ansiogena è invece sempre esposta alla tentazione della rinuncia o al rischio, spesso denunciato dal Papa, dello scarto.


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