Prioritaria la lotta
all’evasione fiscale

La vicenda della «rottamazione» delle cartelle esattoriali sembra arrivare al traguardo. Da parte dell’Agenzia delle entrate vengono dettati tempi e modalità di pagamento, che includono sconti, abbuoni, facilitazioni varie. Tutti aspetti che hanno un denominatore comune, quale che siano le formule giuridiche: chi non paga le tasse (o le paga soltanto in parte) la passa liscia. Un brutto segnale, davvero. Molto preoccupante e gravido di conseguenze, specie in una fase, come l’attuale, di profonda incertezza politica.

Tutto ciò mentre sui contribuenti onesti continua a gravare il peso maggiore della tassazione, la quale – è quasi pleonastico ricordarlo – è la fonte essenziale che permette allo Stato e agli altri poteri pubblici di fornire ai cittadini i servizi necessari. Chi evade non soltanto commette un reato, ma scarica sugli altri cittadini il compito di contribuire a far funzionare le scuole, a garantire la sicurezza, a tutelare l’ambiente e la salute, a soccorrere chi sia in condizioni di bisogno, a pagare le pensioni. Nei decenni scorsi si è assistito a un progressivo aumento del ricorso a forme di sanatoria nei confronti dell’evasione e dell’elusione fiscale. A volte, esplicitamente, come condoni giustificati, con la necessità di reperire risorse. In altre occasioni i condoni hanno assunto le vesti di «scudo fiscale», oggi è il turno della rottamazione delle cartelle esattoriali pendenti, anche in forma di ricorso. Ma si tratta comunque di condoni. A furia di andare avanti in tale direzione l’unica vera rottamazione che si otterrà sarà quella della certezza del diritto. Certezza che esce ammaccata ogni volta di più da provvedimenti con i quali si favorisce l’evasione, anzi, si incita a perseguirla come utilità personale a danno delle casse dell’Erario e a svantaggio dei contribuenti onesti.

In fondo, cosa ha ottenuto lo Stato dalla sequela di condoni variamente camuffati? Un vantaggio immediato, spesso molto inferiore alle attese, il quale ha generato un progressivo scoramento in chi le tassa le paga, incoraggiando il fenomeno dell’evasione. Come nel biblico episodio di Esaù, in cambio di un piatto di lenticchie, lo Stato ha svenduto il proprio ruolo con una secca perdita di credibilità. Tollerare l’aggiramento del dovere di pagare le tasse rischia di sconfinare in lesione vera e propria della legalità. Essa ha, infatti, i suoi fondamenti nel rispetto delle leggi e nel perseguimento, da parte dei poteri pubblici, di coloro che non le osservano. Uno Stato che tollera l’illegalità perde, quasi automaticamente, di legittimazione. Che sia esistito – in ogni tempo e luogo – uno scarto tra Stato «legale» e Stato «reale» non implica che i poteri pubblici possano promuovere l’incremento delle infrazioni alle leggi. Farlo, e rifarlo, significa alzare bandiera bianca nei riguardi di comportamenti illeciti. All’opposto, ripristinare il criterio della certezza del diritto in quest’ambito serve ridare fiducia allo Stato.

Un governo nuovo è alle porte, la lunghissima fase delle consultazioni del Capo dello Stato e delle trattative tra M5S e Lega dovrebbe concludersi in giornata. Molti, e assai ambiziosi, i propositi delle forze politiche uscite vincenti dal confronto elettorale, alcuni dei quali non potranno trovare sbocco senza avere a disposizione i soldi necessari. Altrettanto numerose le perplessità levatesi sulla possibilità che il prossimo governo riesca a far fronte agli impegni presi con gli elettori sulla base delle risorse disponibili. Una lotta tenace, quotidiana, rigorosissima, contro l’evasione fiscale dovrebbe essere uno dei punti centrali di attacco di ogni governo che voglia operare nel segno dell’equità e della giustizia. Se questo imperativo categorico viene meno o si indebolisce, la già scarsa fiducia dei cittadini nei confronti del ceto politico continuerà a precipitare.

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