Prodotto a Bergamo
Venduto nel mondo

La falcata comincia a farsi ampia, più decisa. Al netto della comprensibile prudenza e di qualche scenario futuro inquieto, dettato dai fantasmi del dopo Brexit, si può dire che la Bergamo industriale abbia ricominciato a correre.
I dati congiunturali resi noti ieri evidenziano infatti una tenuta della fase di ripresa, confermata dall’aumento della quota di aziende in crescita rispetto a quelle in contrazione, con un saldo positivo che supera i 20 punti percentuali.

E se nel trimestre il rialzo è poco più basso della media regionale, quello annuale si conferma traino per la Lombardia con un +2,4% che lascia ben sperare, confermato anche dall’ottimismo degli imprenditori sul fronte della produzione, con una quota export, (quella voce che ha permesso a tanti di restare in vita anche i mesi terribili e interminabili della crisi più acuta) che esplode letteralmente, raggiungendo la sbalorditiva vetta del 41,5% di vendite sul fatturato totale, nuovo record storico mai registrato prima dall’industria orobica, con un +5% su base annua.

Sono giorni di grande fermento per la Bergamo economica: c’è stato il varo dei tavoli Ocse che, una volta a regìme dovrebbero tracciare la rotta della città del futuro, mentre resta la trepidazione per decisioni governative che potrebbero depotenziare la Camera di commercio con tutte le incognite che ne seguono. C’è poi una fiduciosa attesa stasera per quegli stress test che dovrebbero confermare il buon andamento per Ubi.

A questo clima favorevole si aggiunge appunto l’atteggiamento di tante medio-piccole aziende, che proprio in questi mesi prendono coraggio e si affacciano, magari per la prima volta, sui mercati esteri, anche attraverso quelle reti d’impresa che sono in fondo l’uovo di Colombo, ma che sono in grado di garantire visibilità e mercato a tutti gli attori della filiera. Ecco allora spiegato il record dell’export: accanto alle nostre tradizionali «corazzate», ci sono ormai tante minuscole realtà bergamasche d’eccellenza, che mai avevano osato valicare i confini prima d’oggi, ma che hanno preso coscienza che ormai il mercato interno si chiama Europa e non più Italia, con una visione più globale rispetto al passato, magari aiutata anche da passaggi generazionali o da un management esterno arrivato in soccorso ai fondatori, che ha sempre avuto confidenza con il «global». Così si è arrivati a questo exploit, che conferma la grande qualità del prodotto, ma anche del servizio made in Bergamo, sorretto da un monte-ordinativi estero che in un anno si è «arrampicato» fino a un +9,1%. Dati che si riflettono finalmente anche sull’occupazione, che comincia a dare pallidi segnali positivi (e continuativi) a dispetto della riduzione degli incentivi fiscali alle assunzioni. Detto che si tratta di un risultato eccezionale e forse difficilmente ripetibile nel breve periodo, ora c’è già chi fa notare come paradossalmente le nostre imprese stiano diventando forse fin troppo dipendenti dall’estero: a confermarlo è la brusca frenata degli ordini interni regionale. Per evitare questa sindrome dei «prigionieri dell’export» che espone le nostre imprese ai tanti shock esterni, sarebbe importante che il governo torni a stimolare il mercato interno attraverso investimenti, politiche fiscali e incentivi.

A fronte di questo export «esagerato» mentre anche l’artigianato sembra essere uscito (finalmente) dalle sabbie mobili della recessione, sfiorando un +3% su base annua, per il commercio viceversa è ancora notte fonda. Gli incoraggianti dati dello scorso trimestre sembravano evidenziare una seppur parziale ripartenza dei consumi, che invece oggi rivediamo «mortificati» da un andamento negativo inequivocabile, confermato pare, anche dai primi dati locali dei saldi, con un flop (presidente di Ascom Bergamo Malvestiti dixit) del 15% di introiti in meno rispetto all’anno scorso. In ritirata l’alimentare (-2,1%) addirittura in picchiata il non alimentare (-2,6%), in controtendenza rispetto al resto della Lombardia. E se il «carrello piange» significa da una parte che i consumi non sono affatto ripartiti, dall’altra che in molti casi dagli addetti ai lavori non è arrivata quella spinta «creativa» che è un po’ l’architrave della domanda e dell’offerta. Trattasi di un settore da sempre particolarmente esposto, che richiede forte capacità di governo dei mutamenti. Il commercio è reduce dal «bagno di sangue» della crisi, che ha fatto strage di vecchie e gloriose insegne, colpendo soprattutto le imprese meno innovative. Molti negozi, anche redditizi, sono andati in tilt spesso anche solo per le difficoltà di un passaggio generazionale tra padri e figli. Oggi giovani generazioni di negozianti stanno combattendo la loro battaglia aggrappati da un lato alla tradizione, dall’altro alla speranza che l’e-commerce porti un nuovo Eldorado. Anche in questo caso servirebbero da parte del governo centrale una serie di interventi macroeconomici e fiscali, ma anche cambiamenti da parte degli operatori insieme a una certa discontinuità nella cultura d’impresa.

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