Quei bimbi morti sono anche nostri

Quei bimbi morti
sono anche nostri

Aylan, 3 anni, siriano. A settembre la foto del piccolo senza vita sulla spiaggia turca di Bodrum fece il giro del mondo, suscitando sincera commozione ma anche proclami retorici. «Mai più» si disse. Nel naufragio morì anche il fratellino Galip, 5 anni. I due nomi fanno parte della lista dell’orrore dei 700 bambini annegati nel Mediterraneo da gennaio, insieme a 2.550 adulti. Il dato pubblicato sui giornali giovedì scorso, è stato assorbito senza suscitare reazioni pubbliche, come una delle tante cifre che arricchiscono le cronache quotidiane, l’andamento del Pil o delle Borse. Eppure quel numero è la somma di vite innocenti, amate da genitori e fratelli, in fuga dalle guerre (Siria, Afghanistan, Iraq e Somalia soprattutto, molti i neonati) e alla ricerca di una nuova opportunità.

Lutti enormi per le rispettive famiglie, perché non c’è niente di più innaturale di sopravvivere a un figlio. Inanellati in un numero (700), non restituiscono la grandezza del dolore sofferto. E se quei bambini fossero stati figli nostri?La domanda è retorica: non lo sono, e questo cambia la prospettiva. Ma c’è una parola censurata dalla nostra cultura ormai narcisista e individualista, «empatia», che indica la capacità di mettersi nei panni del prossimo, di provare a condividerne i sentimenti. È un atteggiamento virtuoso perché aiuta anche a capire meglio cosa accade intorno a noi.

Nei panni del prossimo si è letteralmente calato il giornalista tedesco dello «Zeit», Wolfgang Bauer, autore di un piccolo ma prezioso libro, intitolato «Al di là del mare». È il resoconto dei giorni che ha passato in Egitto insieme a profughi siriani diretti in Europa attraverso il Mediterraneo. Persone che nell’attesa del viaggio subiscono umiliazioni, violenze, rapine da parte di criminali comuni, mercanti di uomini, mafie che si spartiscono il controllo delle spiagge egiziane da dove partono le imbarcazioni per il nostro continente. La lettura del libro lascia addosso la grande ingiustizia della quale sono vittime i profughi - tra i quali i bambini già costretti a scappare dalla guerra - in nome della falsa giustizia dell’Europa, che nega loro vie legali alla protezione umanitaria in spregio al diritto internazionale e li consegna alla barbarie e al ladrocinio di banditi disumani e famelici (il mercato dei trafficanti del Mediterraneo vale miliardi di euro). «In 50 anni - scrive Bauer nel libro - sul muro di Berlino costruito dalla Ddr furono uccise 125 persone che tentavano di fuggire. Per questo motivo, nel mondo libero il muro divenne un simbolo di crudeltà inumana. Ma nella primavera del 2014, lungo le mura di cui l’Europa si è circondata dopo la fine della guerra fredda sono già morti circa 20 mila profughi. La maggior parte è annegata nel Mediterraneo. Su nessun altro confine marittimo al mondo si riscontra un tributo maggiore di vite umane. Il Mediterraneo è insieme la culla dell’Europa e il teatro del suo più clamoroso fallimento».

Commentando il dato dei 700 bimbi morti in mare da gennaio, Unicef Italia si è appellata ai vertici politici e istituzionali dell’Unione europea «in nome del Giubileo della misericordia: poniamo fine a questo scempio senza precedenti». L’Unicef è un’organizzazione laica ma fa esplicito riferimento alla misericordia. Papa Francesco ha spiegato che la misericordia di Gesù non è solo un sentimento ma anche una forza d’azione e ha un valore politico per il mondo. Una politica misericordiosa non può assistere inerte all’eccidio di bambini (e genitori...) nel Mediterraneo. Hanno diritto allo status di rifugiato e dovrebbero accedere in Europa con permessi di soggiorno temporaneo e attraverso canali umanitari, come fu concesso a chi scappava dalla Bosnia in fiamme. Per non morire.


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