Quella fede che sente
il peso dell’umanità

Straordinario uomo di spettacolo, grande personaggio pubblico, personaggio. E personaggio che non dimentica di essere una persona. È Renato Zero. In una recente intervista, pubblicata anche in video sul sito de «La Stampa» di Torino, Renato Zero parla del suo spettacolo, Zerovskij, dove «Amore, Odio, Tempo, Morte, Adamo, Eva e Dio sono i personaggi che viaggiano su un treno in un “teatro totale”», che ha girato l’Italia l’estate scorsa e arriva ora in sala a iniziare da oggi. Nell’intervista, Renato Zero, in rapporto allo spettacolo, parla anche della fede e del senso che essa ha per la vita dell’uomo. «La fede non va strumentalizzata a proprio uso e consumo», dice il cantante. La fede, infatti, «è un grande dono». Quando la fede entra nella vita di una persona diventa «uno scudo protettivo… uno dei magnifici anticorpi per l’uomo per cercare di combattere la sterilità, l’aridità e la smodata voglia di possesso».

È banale ricordare che esistono indefiniti modi di vivere la fede, pari almeno al numero dei credenti. Ma si possono sommariamente indicare due tonalità dominanti per vivere il rapporto con Dio. Una più sensibile a Dio e al suo mistero, l’altra più sensibile all’uomo e ai suoi bisogni. E si capisce, perché sono quelli i due poli del rapporto. Basterebbe pensare alla preghiera come espressione tipica della fede. O si loda e si esalta Dio e la sua grandezza oppure, semplicemente, di fronte a tanto mistero, si tace. In effetti la preghiera più rispettosa del mistero di Dio è di poche parole. Anzi, i grandi mistici non parlano più, contemplano, rapiti, stupiti.

Invece esiste una fede che sente molto il peso dell’umanità - le sofferenze, i drammi e anche le gioie, ovviamente, della vita – fede che è sempre vasta come il mondo e ha il coraggio di guardare l’abisso che abita ognuno di noi. Questa fede sente l’odore della terra, e cerca di far arrivare quell’odore fino al cielo. È una mirabile trasfigurazione del quotidiano.

Mi sembra che la fede come la sente Renato Zero sia soprattutto quest’ultima. È la fede «scudo protettivo», che dà sicurezza perché permette di affrontare le intemperie della vita senza essere pericolosamente esposti.

Ma sembra di capire che la fede è scudo protettivo anche contro il troppo e il nulla della nostra esistenza, le anoressie o le bulimie tipiche della nostra cultura. Renato Zero parla infatti di una fede che combatte «la sterilità e l’aridità», che riempie dei vuoti. Oppure combatte la «smodata voglia di possesso», e cioè i «pieni» eccessivi di molti stili di vita moderni.

Anche in questo caso la preghiera prende atto degli eccessi e li corregge. È evidente che si tratta di una preghiera dove le parole abbondano. Anche perché pensiamo di conoscerci, diversamente dal mistero di Dio che molte volte non conosciamo affatto e, inoltre, abbiamo sempre molto da chiedere.

Esiste però una preghiera che fa la sintesi, che non parla molto neppure dei bisogni dell’uomo, perché Dio conosce anche quelli, una fede semplice che ha il coraggio di affidarsi in ogni caso.

Mi ricordo una suggestiva poesia in dialetto bergamasco di Giacinto Gambirasio (1896 - 1971). Il titolo è Sach in spala (Sacco in spalla). È un bell’esempio, mi pare, di quella sintesi. Il poeta immagina il suo dopo morte come un viaggio verso Dio, portandosi appresso un sacco, dove si trovano tutte le cose della vita. Si rivolge a Dio, non per fare la lista di quello che c’è nel sacco, ma per chiedere misericordia soltanto per la fatica che ha fatto per portarlo.

Una preghiera che «sale dalla terra», dunque, ma che parla poco. ‘N del vödal, Signùr, consideré,/mìa tat chel che ghe dét, quat la distansa/ch’ho fac in del portàl,/e chel ch’ho fadigat/per tràmel dré tat tép… (…)/e, misericordiùs,/dém la manéra de possà, Signùr!

(Nel vuotarlo, Signore, considerate/non tanto quello che c’è dentro, quanto la distanza/che ho percorso portandolo,/e quello che ho faticato/per tirarmelo dietro tanto tempo…/(…)e, misericordioso,/datemi modo di riposare, Signore).

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