Referendum, dal voto  escono due Lombardie

Referendum, dal voto
escono due Lombardie

La mappa del risultato del referendum dice che di Lombardia ce ne sono almeno due. Non solo la distanza fra la città e la provincia, come spesso avviene sui temi di contrasto sensibile fra tradizione e modernizzazione. Ma tra la fascia pedemontana e il resto: la Bergamasca e il Bresciano, che stanno in testa ai consensi, parlano una lingua che non è quella di Cremona, Pavia e neppure quella di Varese, senza contare evidentemente Milano. Può piacere o meno, comunque è un dato reale, una presenza fissa del panorama sul quale riflettere: quasi un elettore bergamasco su due s’è recato alle urne.

Il 47% della nostra terra e circa il 45% dei bresciani indicano che questi territori hanno superato il confine geografico e, come sentimento e razionalità, pensano e ragionano alla maniera del Nordest. Chi ritiene correttamente che questa consultazione sia stata in qualche modo strumentale e il riflesso di una forzatura può certo rallegrarsi del Sì lombardo che non è andato a passo di carica, a differenza di quel che è successo in Veneto. Ma per come si sono messe le cose sul piano della sensibilità collettiva, Bergamo e Brescia sono un’altra cosa rispetto alle altre province lombarde, come se ci fosse un «muro in testa». Si dirà dove stia la novità. C’è comunque un fattore nuovo: è cambiato il contesto. Il quadro ambientale è stato fin qui sfavorevole ai temi dell’autonomia, qualsiasi significato le si voglia dare: la doppia recessione ha rivalutato il ruolo dello Stato, la Lega antica di Bossi è caduta rovinosamente, quella di Salvini è nazional-sovranista, la stessa tempesta in Catalogna suggerisce di pensarci due volte. Insomma, un corredo ambientale a bassa intensità, non più roba per questo genere di palati.

Eppure, mentre il clima generale sembrava andare da un’altra parte, ecco l’irriducibile fascia pedemontana, là dove cresce uno sviluppo insoddisfatto su un benessere diffuso, che risponde alla chiamata in cui evidentemente si deposita di tutto, ma soprattutto una convinzione strutturale, cioè di lunga durata. Non risulta, infatti, che Zaia abbia fatto i salti mortali per portare a casa il 60% di consensi. Persiste nel contado, nelle valli e nei piccoli centri una domanda di aiuto, uno spirito ancora pionieristico da parte di un mondo popolare e dei ceti medi, che s’indirizza là dove incontra una capacità d’ascolto: una sensibilità sociale ancor prima che politica. Ci sono logiche che sfuggono a chi resta nella superficie convenzionale. Ma il tema politico di quale posto riservare a tavola al capitalismo molecolare, all’universo mediano dei né piccoli né grandi ha attraversato tutta la storia repubblicana della Bergamasca: l’autogoverno del municipalismo entrato nella carne viva della periferia, il mutualismo della gente di popolo, le liste autonomiste sorte fin dagli anni ’50, la logica del far le cose da soli senza lo Stato.

Provate ad analizzare la geografia del voto referendario e troverete che la storia non è acqua, perché è sovrapponibile al confine dell’Adda che divideva il ducato di Milano con la Serenissima, alla quale apparteneva Bergamo. Il nodo politico rimane a tutto tondo, specie osservando che la Lega ha cercato di risolverlo alla sua maniera, in modo anche sbagliato. Quella del Nord resta una questione sempre dibattuta e mai conclusa: del resto va e viene, un tempo s’inabissa e torna in superficie e poi rimane in sonno, dando la falsa impressione d’essere vinta. Può succedere che esca di nuovo dall’agenda passato il frastuono, magari verrà ridimensionata, ma è destinata a rimanere come un brontolio senza sosta: è un sentimento, un modo d’essere che ha modellato una struttura sociale. Se nei giorni scorsi era necessario parlare di un referendum inutile, oggi questo rilievo non basta più. Impone una risposta più articolata, perché la differenza sta nel consenso che ha mobilitato: su questo scatto occorre soffermarsi al di fuori di una congiuntura critica e di valutazioni con il bilancino.

Ed è una responsabilità in più anche per i promotori del referendum, che devono gestire – nei margini di autonomia dettati in modo preciso dalla Costituzione – una massa critica cresciuta con un eccesso di attese, con qualche propaganda di troppo e con una distanza fra promesse e realtà che rischia di essere un brusco risveglio. Non tutto, comunque, è «schei» e non tutto è pancia. Qualsiasi votazione, poi, conserva l’utilità di un ripensamento per verificare almeno se talune categorie mentali rispecchino lo stato dell’arte. L’identificazione con il proprio territorio e l’orgoglio per il proprio status sociale hanno alle spalle maturazioni storiche e un vissuto quotidiano che non si possono liquidare frettolosamente in virtù di un certo intellettualismo. Fratture serie e materiale infiammabile da governare con garbo ed equilibrio: oltre le categorie dei vincitori e dei vinti.


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