Ricordare i morti per restare vivi

Ricordare i morti
per restare vivi

«È importante che la morte ci trovi vivi»; è questo un folgorante aforisma del grande umorista e scrittore Marcello Marchesi (1912-1978). In verità si potrebbe e forse si dovrebbe essere ancora più netti: è essenziale, e non solo importante, che la morte ci trovi vivi. Questo non è affatto scontato. È il primo grande insegnamento che è possibile trarre dalle parole citate: spesso la morte ci trova già morti, vale a dire abbattuti, incattiviti, sfiduciati, ripiegati su se stessi, pieni di rancore e rabbia, vittime della più opprimente delle delusioni.

Da questo punto di vista, come ricorda acutamente Heidegger, la morte, umanamente intesa, non si risolve mai nel semplice finire, nel puro perire; essa attiene piuttosto a quella particolare modalità del vivere umano all’interno della quale, oltre agli stravaganti e colorati «morti viventi» che affollano le strade in questi giorni di Halloween, spesso si incontrano anche, in metropolitana, nei posti di lavoro e talvolta persino nelle nostre case, i molto più tetri e grigi «vivi morenti».

Un secondo insegnamento che è possibile trarre dall’aforisma ricordato riguarda l’intreccio umanamente inestricabile tra la vita e la morte. La morte, si diceva, non è il perire o il finire, non è qualcosa che accadrà «dopo», in un tempo che seguirà, lungo una scansione strettamente lineare, il tempo della vita giunto al suo termine, ma, per l’appunto, essa s’intreccia con la vita, è sempre già presente nel presente stesso della vita umana. Un simile intreccio è così serrato e strutturale che non solo la morte è sempre presente all’interno della vita dell’uomo, ma anche la vita è sempre presente all’interno della morte che affligge l’uomo. Per essere più espliciti, tale intreccio tra la vita e la morte, ciò che costituisce la trama stessa di quel tutt’uno che forse si dovrebbe con maggior rigore qualificare e scrivere come la-vita-e-la-morte, dimostra la sua essenziale pertinenza nell’aprire a due possibilità fondamentali di fronte alle quali ogni uomo è quotidianamente posto; in effetti, nell’impossibilità di separare la vita dalla morte, nell’impossibilità di dimenticarsi della morte e di far finta di niente, l’uomo può sempre guardare alla vita a partire dalla morte o guardare alla morte a partire dalla vita, può sempre «morire la vita» (primato della morte) o «vivere la morte» (primato della vita).

In questi giorni siamo sollecitati a «vivere la morte» a partire dal ricordo dei nostri cari defunti. Non si tratta solo di una pia pratica o di una rispettabile tradizione religiosa. Lo sanno bene gli antropologi e soprattutto i paleo-antropologogi; la sepoltura dei morti e la venerazione dei defunti rappresentano infatti due momenti fondamentali di quel processo di ominizzazione che si è sviluppato lungo milioni di anni. Attraverso la sepoltura, il corpo del defunto viene sottratto al cerchio della vita, viene salvaguardato e protetto (inizialmente coprendolo con delle pietre, successivamente sotterrandolo nella terra), e così facendo esso finisce per trovarsi in qualche modo anche «eternizzato»: il tempo dell’uomo non è mai solo il tempo del vivente, il tempo biologico, ma è anche il tempo che prosegue al di là delle condizione dettate dalla «nuda vita». Inoltre, la sepoltura dei morti è sempre strettamente connessa al ricordo e alla venerazione dei defunti: su una tomba è possibile ritornare, è possibile continuare a vivere un legame che certamente si è interrotto senza tuttavia, altrettanto certamente, cessare di continuare. Anzi, si può arrivare a sostenere che una tomba è costruita proprio per permettere ai sopravvissuti di ritornare su di essa facendo così memoria di quei cari che di conseguenza continuano anch’essi a sopravvivere, cioè a vivere in un altro modo. Ecco perché il cimitero degli uomini non è come quello, ad esempio, degli elefanti: esso, infatti, non è semplicemente uno spazio ove si raccolgono i resti dei morti, ma è un luogo che è reso tale proprio dalla memoria dei vivi che non cessano di dialogare con i morti.

L’antropologo Julien Ries ricorda che «Scavare una tomba e deporvi il corpo di un defunto è una preoccupazione dei vivi» (J. Ries, La coscienza religiosa, Jaca Book 2014, p 17). Si può aggiungere che anche far visita ai defunti al cimitero è una preoccupazione dei vivi; ma forse, per essere più precisi, si deve affermare che scavare una tomba, deporvi il corpo e visitare i cari defunti, più che essere una preoccupazioni «dei» vivi, è soprattutto una preoccupazione «da» vivi, è una preoccupazione che rivela che si è vivi e non solo dei viventi. È anche per questa ragione che non bisogna temere di recarsi al cimitero insieme ai bambini e ai ragazzi: è un modo raffinato e umanissimo per iniziare ad introdurli a quella grande verità che riconosce che l’essere vivi, che l’essere degli uomini vivi, è ben altra cosa rispetto all’essere semplicemente dei viventi.

Ma in questi giorni si festeggiano anche «tutti i santi». I santi, per fortuna, non sono tutti i morti; una moltitudine di giusti e di santi, il più delle volte sconosciuti e nascosti, fecondano il nostro presente rendendo più umana la vita sulla terra. Ma se i santi non sono tutti morti, essi sono senz’altro tutti vivi. Anche i santi morti sono vivi: noi continuiamo a parlare con loro, a confidarci con loro, a chiedere il loro aiuto, a sollecitare il loro intervento; non sono modelli del passato ma figure del presente. Certo li ammiriamo, ma soprattutto li invochiamo, e così facendo li coinvolgiamo nella concretissima quotidianità della nostra vita. Il ricordo dei morti e la devozione dei santi, presenti e passati, ci aiutano a restare vivi; essi impediscono alla morte di trovarci morti.

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