«Rieccoli» 2.0 Silvio e Romano

«Rieccoli» 2.0
Silvio e Romano

In questo caso vale il plurale: rieccoli. L’urticante nomignolo appioppato da Indro Montanelli ad Amintore Fanfani, il leader dc sempre capace di risorgere dalle ceneri, si adatta benissimo a due immarcescibili ottuagenari della politica italiana: Silvio & Romano, gli eterni duellanti, i protagonisti assoluti della Seconda Repubblica, rappresentanti non solo di due politiche ma persino di due antropologie. Sono di nuovo in campo, tutt’interi, ringalluzziti e pronti alla battaglia, anzi quasi ringiovaniti ora che si guarda di nuovo a loro come guida nel futuro che ci attende.

Naturalmente ognuno ha le sue civetterie. Silvio per esempio ci tiene a far sapere che lui «non se n’è mai andato»; a Romano invece piace indossare la toga di Cincinnato: «Me ne vado, torno solo se mi implorate, ma lo faccio per il vostro bene, certo non per me che vorrei tanto fare il nonno».

Nessuno ha mai creduto a questa favola del nonno e del pensionato, naturalmente. Prodi anzi ha saputo farsi corteggiare negli anni persino con i silenzi, con gli indovinelli, con le mezze smentite: Professore, come voterà al referendum? «Non lo dico, anche se…»; e come si schiererà per le primarie del Pd? «Non lo dico, anche se…». Da quei puntini di sospensione trasudava una voglia scoppiettante di essere richiamato in servizio attivo. Cosa che sta per accadere di nuovo.

«Si vede che non gli sono bastate le tre buggerature che gli hanno inflitto i suoi compagni», maligna Berlusconi alludendo al tradimento del ’94 (D’Alema-Bertinotti), alla rotta del 2008 (Veltroni-Mastella) e allo schiaffo del 2013 quando centouno franchi tiratori lo fucilarono alla schiena mentre lui già saliva verso il Quirinale. Non si è mai saputo chi fossero i traditori ma a giudicare dall’antipatia del professore per Renzi, lui non deve aver dubbi in proposito, e chissà se ci ha visto giusto oppure no.

Due star, due primedonne e due primattori, oggi impegnati a rimettere in riga ognuno per parte sua due ragazzotti di nome Matteo che hanno la metà dei loro anni.

Tanto per cominciare, Silvio, cordialmente ricambiato, non sopporta Matteo Salvini, quel guascone leghista che ardirebbe nientepopodimeno di sostituirsi a lui sul trono: «Il centrodestra l’ho fondato io, e ce n’è uno solo, quello che io guido e che ha vinto le ultime elezioni amministrative». Ragazzo, spazzola: per sostituirti al titolare c’è tempo. Come è noto, Silvio è immortale e guiderà la prossima campagna elettorale. E il delfino? «Non esiste».

Prodi, come detto, ha dell’altro Matteo un concetto che non ha mai esplicitato a parole ma che pure gronda, da tutti i suoi artigli. E oggi che Renzi è circondato da tutte le tribù del centrosinistra e della sinistra che annusano l’occasione buona per poterlo impalare, dopo la sconfitta nei comuni, è proprio a Prodi che si guarda: se il Professore accettasse di diventare lui il simbolo e la guida del «nuovo» centrosinistra anti-renziano, il gioco sarebbe fatto, la delegittimazione del boy scout di Rignano sull’Arno sarebbe nei fatti. Persino D’Alema, il siluratore di Prodi nel 1994, oggi è disposto a fargli largo pur di liberarsi dell’ancor più odiato Renzi. Quanto a Veltroni, ha rilasciato un’intervista dopo il flop delle amministrative che equivaleva ad un addio al segretario del Pd da lui sempre sostenuto. Franceschini, si sa, del professore è sempre stato discepolo.

E così, l’Italia del futuro potrebbe essere guidata in tandem dalla vecchia coppia, pronta a recitare il copione di sempre, le cui battute sono conosciute a memoria da loro e dagli Italiani che invece negli ultimi anni avevano cominciato a pensare, illusi, di poter fare a meno della generazione nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, quando, per dire, in Vaticano felicemente regnava Pio XII.

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