Rush finale per le liste tra ripicche e compromessi

Rush finale per le liste
tra ripicche e compromessi

Dicevano gli ultimi dispacci di agenzia, venerdì in tarda serata, che nel Pd è stato (quasi) raggiunto l’accordo sulle candidature tra la maggioranza renziana e le opposizioni interne capeggiate dal Guardasigilli Andrea Orlando e dal presidente della Puglia Michele Emiliano. Deve essere stato davvero sofferto, l’accordo: nonostante giorni e giorni di trattative riservate, è stato necessario rinviare quattro volte la riunione della direzione di fronte alla quale presentare le liste per la Camera e il Senato. Indetta per le dieci del mattino di venerdì, la seduta è scivolata a tarda notte tra i sarcasmi degli avversari. Comunque pare che ce l’abbiano fatta, dopo ripetute minacce reciproche, ripicche, forse non poche ritorsioni. Cosa c’era in ballo?

La stessa identità del Pd. Renzi, messo alle strette da sondaggi avari di buoni pronostici, ha cercato di plasmare un Pd del futuro che gli somigli il più possibile, anche a costo di provocare la rivolta delle minoranze: «Questo è il partito personale del segretario», andavano dicendo gli orlandiani, del tutto insoddisfatti dei posti loro assegnati nei listini proporzionali e nei collegi: per quel che riguarda questi ultimi, si è molto ristretta la quota dei «sicuri», quelli cioè dove la elezione è assicurata in partenza e quindi è stato oltremodo complicato arrivare ad un accordo non autolesionistico. Complicazione di cui avrebbe potuto fare le spese (ma così non sarà) anche Maria Elena Boschi di cui è stato molto criticato il trasferimento in un collegio super-blindato a Bolzano, il feudo dell’alleata Svp lontano dalle terre di Toscana dove ad ogni borgo si scorge l’insegna o della Banca Etruria o del Monte dei Paschi. Il cui salvataggio verrà difeso invece dal ministro dell’Economia Padoan contro il leghista no-euro Borghi, guru del segretario Salvini. Quando ai ministri, da Gentiloni in giù sono stati tutti tutelati, a parte chi ha scelto (come Anna Finocchiaro) di tirarsi indietro.

Tirate le somme, si tratterà di vedere se il Pd avrà fatto – dopo tanti maldipancia – dei compromessi utili al risultato elettorale. Non che altrove le cose vadano più serenamente, beninteso. Basti osservare i sommovimenti, che presto trasformeranno in carte bollate, che stanno agitando i grillini: i quindicimila candidati alle «parlamentarie», un’autentica carica di cavalleria verso gli ambiti seggi di Camera e Senato, non ci stanno ad accettare la tagliola dei vertici sui loro nomi, e questo riguarda sia chi è stato subito escluso sia chi ha passato il primo vaglio ma poi ha visto il proprio nome volatilizzarsi a favore di altri. Del resto i capi del movimento non hanno mai nascosto che, oltre al meccanismo «diretto» di scelta, si sarebbero riservati un giudizio «per tutelare i gruppi parlamentari che dovranno governare», come dice Di Maio, e quindi scegliere secondo propri criteri. Quali? «Eliminiamo infiltrati e poltronisti» dicono nel quartier generale; «macché, conta solo l’obbedienza», è la rancorosa risposta di chi è rimasto fuori e oggi chiede addirittura di annullare tutto e ricominciare da capo. Naturalmente non sarà possibile perché la scadenza per la presentazione delle liste nelle Corti d’appello è imminente e dunque è facile aspettarsi i ricorsi ai tribunali come nel M5S è già accaduto. Il punto, in questo caso, è che il meccanismo delle «parlamentarie» – apparentemente il più democratico e aperto – non riesce a nascondere il fatto che i vertici dei partiti, tutti, compreso il M5S, quando si tratta di scegliere i futuri parlamentari tendono ad agire per cooptazione.

Criterio cui non sfugge nemmeno la Lega con Salvini che, ancora affaticato dalla trattativa con Forza Italia per la scelta dei candidati comuni nei collegi, sta costruendo i futuri gruppi parlamentari a propria immagine. Con una inevitabile eccezione: è ormai certo che Umberto Bossi sarà ricandidato (al Senato) nonostante e le critiche al segretario suo successore.


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