Salvini nazionale La ruspa non sfonda

Salvini nazionale
La ruspa non sfonda

Probabilmente ha ragione il governatore Maroni, quando al «Corriere» risponde così: «Togliere la parola Nord? La vedo dura». L’ipotesi che scompaia la ragione sociale della ditta leghista, la bandiera di una passionaccia ruspante fa discutere, ma è da dimostrare che abbia le gambe per camminare. Che sia digerita dai colonnelli e dal corpaccione ex padano e che sia effettivamente nella testa di Salvini, il quale a dicembre compie i tre anni di mandato.

Vorrebbe dire, sempre che abbia un fondamento, abbandonare la casa del padre e smarrire il capitale sociale di un movimento che s’è concepito «altro» rispetto al sentire italiano, la cui eccentrica originalità sta proprio in quella cosa lì: la piccola patria prealpina e popolar-popolana, il pratone di Pontida e dintorni, l’invenzione della tradizione, il sindacato del territorio, la relazione ravvicinata con i sapori domestici. Si dirà che questo piccolo mondo antico, nel suo tormentato saliscendi, ha già dato quel che doveva dare e che il patriottismo localistico e identitario anni ’90 è stato messo ai margini dall’Europa e dal mondo global, le cui direttrici passano sulla testa dei territori.

In fondo anche la riforma costituzionale che riporta a Roma alcune competenze regionali è la presa d’atto di un mondo cambiato e di sentimenti territoriali (autonomia, federalismo, e ricordate la devolution?) appannati, comunque senza la presa dei tempi eroici. Lo stesso Salvini appare distante da questo armamentario, ed è alternativo al bossismo, che pure mantiene uno zoccolo duro come s’è visto al raduno di Pontida. E da subito, il capo leghista, ha cercato di ritagliarsi un ruolo nazionale inseguendo un modello di destra alla Le Pen che, nell’Italia di oggi, appare impraticabile nel suo oltranzismo. Se lo può permettere Madame Marine che ha i consensi per essere competitiva dopo aver ripulito il suo partito di ferrivecchi in una Francia che comunque, a differenza dell’Italia, è tuttora segnata da una cultura reazionaria mai del tutto scomparsa.

Il cambio d’identità aprirebbe scenari inesplorati, probabilmente dolorosi in un partito dove la convivenza fra le tre anime esige equilibrismi: quella di Salvini, dei governatori e di Bossi. Sarebbe un viaggio a fari spenti, ma questo nervosismo sotto pelle rivela già da ora una linea contraddittoria e che paga meno del previsto sia in termini di voti sia nell’estensione regionale. La Lega (Nord) continua a non essere appetibile al Sud e un certo tipo di elettorato conservatore è indisponibile a mettersi gli scarponi. Il grillismo corsaro ha fatto il resto, calamitando pezzi di destra. Consumato al rialzo il primo assalto elettorale, che ha consentito alla Lega di riprendersi dopo le inchieste giudiziarie, Salvini s’è fermato cercando di afferrare tutto quel che passava contro il «politicamente corretto», garantendosi una buona esposizione mediatica.

Nella corsa al populismo Grillo, però, è avanti parecchio, il centrodestra è privo di bussola ed è difficilmente scalabile dal leader leghista, Berlusconi gioca su più tavoli a suo uso e consumo dopo aver affidato la riorganizzazione dei moderati a Parisi.

Una riflessione nella Lega s’impone: la ruspa, i toni e lo stile non consentono al suo leader di accreditarsi presso l’elettorato smarrito di estrazione berlusconiana, che anzi s’è sempre più allontanato dopo che inizialmente sembrava disposto a prendere Salvini per l’uomo giusto contro l’attivismo di Renzi.

E infatti in questa metà campo c’è qualcosa di inafferrabile e che non sembra a favore della strategia salviniana: gli ultimi sondaggi Ipsos danno sostanzialmente alla pari Lega e Forza Italia, con quest’ultima in leggera crescita. Il dato può sorprendere e in ogni caso dice che non è una partita a esito scontato e che è prematuro prospettare cambi di stagione. Aspettando i risultati del referendum.


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