Sarà buona scuola se valorizza le paritarie

Sarà buona scuola
se valorizza le paritarie

In Italia chi sceglie una scuola non statale la paga due volte: con le tasse sul reddito e con le rette private. Per questo è davvero una lezione di libertà la lettera aperta al governo Renzi firmata da 44 parlamentari della maggioranza in vista della discussione, in Consiglio dei ministri, della riforma della «buona scuola». Perché il primo principio che deve valere ogni volta che si parla di sistema d’istruzione è che se si parla di «buona scuola», questa non può essere solo statale, ma anche paritaria.

Da questa pluralità di offerte formative il sistema educativo italiano trae la sua ricchezza e restituisce alle famiglie la vera libertà di scelta (naturalmente in base agli standard nazionali ed europei fissati dallo Stato, cui spetta il compito di giudice di garanzia e di controllo della qualità degli istituti e dell’offerta formativa). Lo strumento della detrazione fiscale (o del bonus scuola, per gli incapienti) proposto dal gruppo di parlamentari è uno strumento innovativo e prezioso, di aiuto concreto a quei genitori che scegliendo una scuola paritaria devono accollarsi rette sempre più alte, spesso impossibili per chi ha un reddito medio-basso. Ecco che la detrazione fiscale permetterebbe di rendere tutti i cittadini eguali di fronte alla libertà di educazione dei propri figli. Adeguando finalmente il nostro Paese a un modello europeo che è dappertutto misto, anche in quegli Stati che fanno della laicità la propria bandiera, dalla Francia al Regno Unito. Da noi invece sopravvivono i pregiudizi ideologici e statalisti degliAnni Settanta, uniti all’indifferenza di quegli otto milioni di famiglie che mandano i figli alle statali, incuranti di quel milione che ha scelto diversamente.

I tagli ai finanziamenti adottati da questo governo e dai governi precedenti non sono proporzionali alla spending review che ha subito la scuola statale nel corso di questi anni, ma sono molto più pesanti. È una questione di numeri: allo Stato ogni alunno di scuola paritaria costa annualmente 584 euro nell’infanzia (e in questo ordine di scuole dovremmo parlare della vera e propria azione di supplenza che molte congregazioni di religiose fanno nei confronti dello Stato), 866 euro nella primaria, 106 euro nella scuola secondaria di primo grado, 51 euro nella scuola secondaria di secondo grado (poco più di un piatto di lenticchie). Invece la spesa per studente delle istituzioni scolastiche statali è di 6.351 euro per la scuola primaria, 6.880 per la scuola secondaria. In totale oggi il milione di studenti delle paritarie può contare su 500 milioni offerti dallo Stato.

Ma se è vero che il costo medio di uno studente statale è di oltre seimila euro, ecco che i finanziamenti ammontano a un dodicesimo del necessario. Il resto lo mettono i drigenti, il personale, gli educatori (con stipendi da fame, quando non si tratta di religiosi che lo fanno per vocazione e non hanno mai visto una busta paga), le famiglie e pochi altri sostegni di altre Regioni, sistematicamente bollati dalle opposizioni, soprattutto quelle di sinistra, come «contributo alla scuola dei ricchi». Peccato che la fame endemica in cui versa la scuola paritaria, costantemente sull’orlo del fallimento, sortisca esattamente l’opposto, perché favorisce i ricchi a scapito dei poveri. Non si tratta nemmeno di un universo cattolico, perché sono molte le scuole non statali di impronta laica: il principio deve valere per tutti.

Proprio i 44 parlamentari ricordano, al termine della loro lettera, che «se fosse pubblico solo ciò che è statale, l’Italia non potrebbe vantare due giganti della pedagogia moderna, come Maria Montessori e don Lorenzo Milani»: simbolo della libertà di educazione divenuti poi patrimonio educativo di tutta la scuola italiana. E a chi obietta che quella paritaria è una scuola per ricchi basterebbe ricordare i salesiani di don Bosco o i centri professionali dell’Opera don Calabria. Senza il loro carisma, le loro opere, la loro scuola, che continuano (sempre più a fatica) ancora oggi, gran parte dell’infanzia abbandonata del dopoguerra sarebbe rimasta senza arte né parte. Ecco perché senza scuola paritaria non c’è «buona scuola», c’è solo discriminazione statalista. Speriamo che la lettera dei 44 non rimanga lettera morta.


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