Se a batter cassa è un’Italia inaffidabile

Se a batter cassa
è un’Italia inaffidabile

In Italia si pensa che allargando il cordone della borsa si risolva il problema della crescita. Le risorse finanziarie devono però venire dai nostri partner, dalle organizzazioni internazionali. Come dire: gli altri pagano e noi amministriamo il loro denaro. Chiaro che non si fidano. Per convincere i nostri interlocutori che l’Italia fa sul serio ci vogliono fatti. I soldi non arrivano se non ci sono cambiamenti nel comportamento quotidiano dei cittadini.

Prendiamo i treni. C’è bisogno di capitali per rinnovare il parco ferroviario nelle tratte ravvicinate, quelle per intenderci che avvelenano la vita dei pendolari. Che senso ha investire milioni per poi avere dopo una settimana i vagoni deturpati dai writer e i sedili lacerati. Sulla linea della suburbana di Treviglio inaugurata qualche anno fa si reclamizzava la presenza delle telecamere come arma antisfregio.

Il risultato è che i vandali fanno esattamente come prima. Pagare il biglietto è un optional perché nessuno controlla. I messaggi luminosi e gli annunci vocali delle fermate hanno sempre un problema. Lo scorso inverno è saltato il sistema informatico e ne è uscito il caos. Non era colpa accidentale, hanno semplicemente sbagliato a lavorare. E per finire il presidente ha dovuto dimettersi per guai giudiziari.

Se fossimo un investitore straniero, metteremmo soldi in un’opera dove i passeggeri viaggiano a ufo, sporcano e danneggiano i sedili senza motivazione, i vandali della bomboletta la fanno da padroni, parte del personale se ne frega e non mostra attaccamento alla propria azienda?

A Roma sembra si sia capito che ci vuole un cambio di passo, di cultura e atteggiamenti. Finalmente hanno licenziato orchestrali e coristi dopo che per mesi avevano terrorizzato il teatro dell’Opera e con le loro richieste corporative costretto il direttore Riccardo Muti a dare le dimissioni. In un Paese alla ricerca disperata di un rilancio d’immagine è come spararsi sui piedi. Eppure è accaduto, a conferma che qui il talento deve lasciare il passo a chi grida più forte.

La Svizzera ha il record di immigranti ma non se ne vede uno in giro a bighellonare. La Germania ha sette milioni di lavoratori stranieri e di richiedenti asilo ma nessuno vende accendini , mette la propria merce per terra e poi scappa quando vede una divisa. Non c’è senso di impunità diffuso.

Quando uno scafista è stato arrestato l’hanno beccato al telefonino che rassicurava i suoi: «Non vi preoccupate, fra due giorni torno». La polizia stessa è impotente . Le carceri scoppiano e anziché mettere in galera chi delinque la preoccupazione è semmai il contrario, ridurre la popolazione carceraria se no arrivano le multe di Bruxelles.

All’Aquila non ancora ricostruita, le case degli sfollati devono temere il crollo dei balconi. Ottocento sono sotto sequestro perché dichiarati inagibili. Costruiti con i soldi di tutti noi: i soliti ignoti hanno gabbato gli sfollati e gli italiani che pagano le tasse. Il messaggio è chiaro: si fa così perché vige l’impunità. Anche se alla fine mi beccano poi la faccio comunque franca con le lentezze burocratiche, con le prescrizioni brevi, con la generale impunità che si riserva ai professionisti dell’imbroglio immanicati tra i potenti.

Il cambio vero è questo: o si fa della legge una cosa seria e la si applica con la certezza della pena, altrimenti è inutile che Renzi protesti in Europa. Degli inaffidabili e ladri e non si fida nessuno, e l’Italia deve ristabilire la sovranità della legge. Va detto chiaro ai cittadini che la sfida non è finanziaria, è morale. La rivoluzione deve partire dal basso, dai piccoli comportamenti quotidiani. Altrimenti all’Italia non faranno credito. E con ragione.


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