Se Bergamo scopre
la grande povertà

Un martedì mattina qualsiasi alle Grazie, a due passi dal salotto buono della città. La coda discreta e silenziosa davanti alla sala parrocchiale attende la distribuzione dei pacchi alimentari. Ci sono uomini, donne, single e padri di famiglia, giovani, anziani, italiani, stranieri. Ogni settimana sanno che qui c’è qualcuno in grado di dar loro un piccolo aiuto per tirare avanti.

Se Bergamo scopre la grande povertà

La stessa scena si ripete in altri quartieri, dove le parrocchie sono spesso in prima linea a fronteggiare l’emergenza: andirivieni di furgoncini carichi di aiuti alimentari e vestiti di seconda mano e instancabili volontari che sono i terminali di un sistema di welfare «dal basso» tanto capillare quanto invisibile: oltre settanta tonnellate di cibo distribuite in un anno, solo in città, un numero che da solo dice moltissimo di quanto sia cresciuta la povertà in questi anni di crisi. Perché il cibo è l’ultima spiaggia: si tagliano le cene fuori, le vacanze, gli hobby preferiti, si chiede un aiuto per la bolletta o per l’affitto… Ma quando inizia davvero a mancare l’ossigeno si chiede un aiuto per il pasto.

Anche a Bergamo, in Lombardia, nell’anno dell’Expo che sarà proprio dedicato al cibo e alla sostenibilità del pianeta, c’è chi non ha i soldi per nutrirsi. E sono sempre di più, nonostante giornali, politici e imprenditori vedano già l’orizzonte della ripresa economica. Lo dicono le statistiche (per l’Istat la povertà assoluta in Italia riguarda oltre 6 milioni di persone, il 10 per cento), lo confermano gli operatori (la Caritas diocesana ha ripetutamente acceso il faro su tutta quella fascia di lavoratori «tagliati fuori» dalla crisi e che difficilmente troveranno una nuova collocazione).

Lo scandalo di una povertà non esibita ma inevitabilmente visibile, che incrocia territori nuovi e adiacenti ai percorsi della cosiddetta normalità, fa risaltare ogni minima distrazione: così, mentre la città è assorta nella riflessione sul rilancio urbanistico del centro, la fila di poveri davanti alla più centrale delle parrocchie cittadine ci dice che qualcosa non quadra. Senza nulla togliere ai tanti progetti in corso, senza voler rovinare la festa a chi finalmente qualche spiraglio di luce inizia a vederlo dopo il buio della crisi, quanto è sostenibile una città che viaggia a due velocità?

La questione interroga in modo prorompente la politica in un momento drammatico per gli enti locali, alle prese con bilanci da lacrime e sangue. Il primo provvedimento della giunta Gori, appena insediata l’anno scorso, fu quello di rifinanziare il fondo famiglia lavoro. Fu una scelta precisa, in qualche modo radicale, nella direzione di un nuovo protagonismo politico in un campo dove, complice la crisi, si rischiava e si rischia un pericoloso arretramento. Ora si misurerà la tenuta di quella decisione, che alla prova del lungo periodo dovrà confrontarsi anche con la sostenibilità economica. E anche con quella politica. Governare l’emergenza sociale, infatti, non richiede necessariamente disponibilità economiche immediate.

A volte basta anche un po’ di creatività: a Ponteranica, per esempio, il Comune ha deciso di offrire borse lavoro ai cittadini non più in grado di pagare l’affitto delle case comunali. Il progetto di sostegno alimentare e di lotta agli sprechi promosso in seno alle parrocchie cittadine con la collaborazione dei supermercati dimostra che in fatto di creatività sociale i bergamaschi hanno risorse da spendere. Lo vediamo anche attraverso le storie raccontate nell’inchiesta sui quartieri appena avviata sulle pagine de L’Eco, che ha il merito di dare voce a una società civile vivace, matura, solidale, sensibile, troppo spesso ammutolita dai toni grevi di un dibattito pubblico non sempre all’altezza di produrre risposte efficaci.

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