Se bolle l’acqua del disagio sociale

Se bolle l’acqua
del disagio sociale

Ieri non è stata una giornata facile nelle piazze italiane: decine di cortei di manifestanti contrari al governo e alle sue politiche economiche e sociali hanno percorso le nostre strade, riunendo per il cosiddetto «sciopero sociale» - o social strike, come adesso va di moda dire - migliaia di studenti, precari, autonomi cui si sono aggregati i Cobas, i centri sociali e la Fiom di Maurizio Landini.

Tutti contro il Jobs act, la riforma dell’articolo 18, la «buona scuola», insomma tutti contro Renzi, tanto ormai si personalizza così la politica nazionale. Si sono verificati non pochi incidenti, a Roma come a Milano o a Padova e la polizia in più situazioni ha dovuto con energia riportare l’ordine.

Un panorama inquietante, come sanno bene al Viminale dove si segue con grandissima attenzione il sismografo del disagio sociale che va segnalando qua e là, ma sempre più spesso e in più luoghi, eventi di rottura: non si è ancora spento l’incendio di Tor Sapienza, il periferico quartiere romano in rivolta contro extracomunitari e rom, e nemmeno quello della lotta per le case popolari occupate abusivamente. E tantomeno si è attenuato il ricordo degli incidenti tra poliziotti e operai delle acciaierie di Terni, una circostanza in cui il controllo è sfuggito a questi e a quelli e soprattutto è apparso chiaro a tutti quanto sia facile perderlo.

La sgradevole sensazione è che la società italiana si stia comportando un po’ come fa l’acqua sul fuoco, quando le bollicine d’aria cominciano a salire in superficie sempre più velocemente, sempre più grandi, sino a portare a bollore tutto il liquido della pentola. Se vi fate due chiacchiere con chiunque abbia una qualche responsabilità di «sistema», vi confiderà che questo è esattamente il timore più diffuso, anche se nessuno lo conferma in pubblico se non altro per non contribuire al clima di incertezza e di paura che va pervadendo la società italiana.

Non dimentichiamo che siamo rimasti l’unico Paese industriale ancora in recessione, che la nostra economia non smette di arretrare, come testimoniavano i dati di ieri, mentre persino la Grecia ha ricominciato a crescere, e che ci sono parecchie perplessità sulla previsione che nel 2015 potremo finalmente vedere il segno più davanti al Pil. Un «più» che, unico, può far ripartire l’occupazione, soprattutto giovanile. Ma quando otto su dieci studenti dell’ultimo anno delle superiori dicono ai sondaggisti che pensano di poter trovare lavoro solo emigrando all’estero, come si fa a non vedere le bollicine che salgono nell’acqua ormai troppo calda?

In questo contesto, il 5 dicembre ci sarà lo sciopero «generale» indetto dalla sola Cgil. Cisl e Uil si dissociano, anzi accusano la Camusso di dividere i lavoratori. Non è la prima volta che accade, non sarà l’ultima. Questa volta persino la data dello sciopero, un venerdì nel bel mezzo del «ponte dell’Immacolata» è motivo di polemica interna, e c’è chi vi vede un modesto tentativo di nascondere la reale adesione alla protesta. Ancora più delle manifestazioni di ieri, lo sciopero del 5 dicembre ha un obiettivo preciso, con un nome e cognome: Matteo Renzi, con tutto quello che significa. La Camusso non nasconde l’intento «politico» della sua iniziativa e non teme, per questa strada, di restare da sola.

Ma già da adesso si può dire che siamo lontani anni luce da quando uno sciopero generale faceva cadere i governi: la scommessa di Renzi oggi è molto diversa e prescinde quasi orgogliosamente dal consenso sindacale. Ma, questo è il punto, neanche un presidente del Consiglio che raccoglie il 42% dei voti, può prescindere dal disagio sociale che cresce, dall’acqua che va ribollendo. Ed è qui che si situa la più cruciale delle domande: la politica del governo è all’altezza della crisi più lunga e drammatica dal Dopoguerra ad oggi? Di più: la politica europea è in grado di far fronte a questo dramma? Ognuno dà le sue risposte. Noi qui possiamo solo notare come i risultati dell’azione governativa ancora non si sono visti, ma non per questo possiamo consentirci il lusso di sperare che non arrivino solo perché così anche la parabola di Renzi si avvierebbe al declino. I risultati «devono» venire, le riforme vanno approvate e messe in pratica sul serio. Prima o poi il circuito virtuoso dovrà pure riprendere a girare. Non possiamo far altro che sperarlo. Prima che l’acqua cominci a bollire sul serio.


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