Se i nodi grillini vengono al pettine

Se i nodi grillini
vengono al pettine

Ora che i numeri hanno smesso di vorticare nelle trasmissioni tv, sulle prime pagine dei giornali e dei siti, si impone qualche considerazione più precisa su questo turno parziale di elezioni amministrative. Cominciamo col dire che riguardavano nove milioni di italiani e mille comuni – numeri in grado di promuovere le elezioni a test di valore generale – ma anche che rispetto alle precedenti votazioni l’affluenza al voto è scesa di quasi sette punti, fermandosi al sessanta per cento. E, guarda caso, i cali più vistosi si sono registrati nelle regioni ex «rosse», in particolare in Liguria e a Genova con un deprimente quarantatrè per cento.

Certo Genova diventerà un po’ il simbolo delle urne del giugno 2017. Per due ordini di ragioni: primo, perché la città di Beppe Grillo fa arrivare solo al terzo posto il candidato grillino ufficiale (quello che d’imperio è stato messo a sostituire la legittima vincitrice delle primarie), e qualcuno aveva anche annusato l’aria dando un’occhiata all’ultimo comizio del comico in una piazza genovese dove c’erano meno di trecento persone ad ascoltare e applaudire. Secondo, in una città operaia, di tradizioni comuniste, da sempre governata dalla sinistra, roccaforte sicura prima del Pci su su fino al Pd, chi prende più voti al primo turno? Il candidato del centrodestra riunito, mentre quello del centrosinistra gli arranca dietro con poche speranze di risalire la china. Conclusione: sotto la Lanterna i grillini prendono uno schiaffone, ma il Pd viene sommerso dalla disaffezione. E proprio nella regione in cui le faide interne alla sinistra regalarono a Luigi Toti la poltrona di governatore della Liguria, le risse di grillini e piddini tornano ora a favorire il centrodestra che ritrova miracolosamente la voglia di unirsi e vincere.

«Modello Liguria» si chiama, e molti d’ora in poi lo rivendicheranno come la formula magica per restituire competitività alla vecchia coalizione sfibrata dalla crisi del berlusconismo. Eppure non è tutto oro ciò che luccica neanche in un centrodestra in ripresa. Matteo Salvini si è già intestato il risultato, è tornato a parlare di «trazione leghista», ha usato poche e avare parole nei confronti del Cavaliere e del suo partito – che effettivamente al Nord è al di sotto della Lega in tantissimi posti – con cui è disposto a stipulare un accordo alle prossime politiche purché venga riconosciuta la sua leadership. Dichiarazioni che sono state commentate con sufficienza da Berlusconi, convinto ancora che un centrodestra unito sia essenziale per tornare a vincere, ma anche che l’unità non si possa fare sulle basi di un lepenismo peraltro in ritirata.

Quanto ai grillini, in queste ore si è scritto e detto ovunque: hanno preso una sberla. In effetti, sono fuori dei giochi, non parteciperanno a nessun ballottaggio nei capoluoghi e le loro divisioni interne sono tali che non è nemmeno chiaro se sapranno far valere i loro voti nel secondo turno. Oltretutto hanno perso male, con percentuali bassissime: basti guardare il tre per cento del grillino che a Parma avrebbe dovuto contrastare l’eretico Pizzarotti. Le cause della rotta sono varie (questione delle firme false a Palermo, i fatti di Genova, le lotte tra le correnti) ma la principale tra loro è sicuramente la percezione che il M5S non disponga di una classe dirigente all’altezza dei problemi. Da questo punto di vista hanno sicuramente pesato il disastroso bilancio della Giunta Raggi a Roma, ma anche l’inefficienza dimostrata dal Comune di Torino nella notte della Champions. Come si vede dunque i maggiori partiti italiani anche in queste elezioni confermano tutti i problemi, le fragilità e le contraddizioni che li caratterizzano. Questo voto influirà su un Parlamento talmente incapace di fare una riforma elettorale da affidarsi ai monconi di legge consegnati dalla Corte Costituzionale, sicuri portatori di instabilità nella prossima legislatura? Difficile rispondere. Questa legislatura si avvia verso una agonia che non sarà nemmeno breve, dal momento che ormai è chiaro che si voterà solo nella primavera del 2018.


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