Se il califfo è stato ucciso c’è il rischio di lupi solitari

Se il califfo è stato ucciso
c’è il rischio di lupi solitari

Se davvero il 28 maggio, tra le 12.25 e le 12.35, due squadriglie di Sukhoi russi fossero riusciti a uccidere, in un solo colpo, il Califfo Al Baghdadi, 30 suoi luogotenenti e 300 combattenti dell’Isis si tratterebbe di un successo quasi senza precedenti per Putin. In un solo colpo, egli avrebbe dimostrato al mondo occidentale, che lo ha sempre accusato di essere intervenuto in Siria solo per sostenere Assad, che le sue forze combattono davvero l’Isis, e nello stesso tempo avrebbe inflitto un colpo gravissimo all’organizzazione jihadista.

Gravissimo, ma forse non mortale, sostengono gli analisti, perché abbiamo visto che Al Qaeda è riuscita a sopravvivere, sia pure ridimensionata, all’uccisione di Osama Bin Laden, che in genere i terroristi si sono rivelati rapidi nel sostituire i loro caduti e che ormai l’organizzazione è abbastanza ramificata, dal Sinai alla Libia alle Filippine – da potere proseguire la lotta. D’altro canto, bisogna tenere conto che la morte di Al Baghdadi, se davvero è avvenuta, cade in un momento particolarmente difficile per l’Isis. Ha appena perso il controllo di Mosul, da cui Al Baghdadi stesso ha annunciato tre anni fa la nascita del Califfato, ha la sua capitale Raqqa sotto assedio (secondo i russi, la riunione che i Sukhoi avrebbero colpito verteva proprio sullo sgombero della città e il trasferimento delle truppe restanti verso Dar El Zeit) e gli occidentali stanno prendendo le misure dei «foreign fighters» tornati nei Paesi di origine per compiere attentati. In ogni caso, la morte del Califfo, se confermata, avrebbe un impatto molto forte sul morale dei suoi seguaci, al punto che qualcuno sospetta che ci troviamo di fronte a una «fake news» della propaganda moscovita per minare ulteriormente l’organizzazione.

Per adesso, comunque, neppure il governo di Mosca - per bocca del suo ministro degli Esteri Lavrov -, ha confermato ufficialmente la notizia, il Comando americano per il Medio Oriente che è in continuo contatto con i russi per concordare l’attività aerea dice di non saperne nulla e l’Isis stessa tace. Bisogna dire, peraltro, che Al Baghdadi non è più comparso in pubblico dal novembre scorso, quando con un infuocato discorso esortò i suoi seguaci a combattere per Mosul fino all’ultimo uomo, e che nei tre anni da quando è salito alla ribalta era già stato dato per morto almeno due volte.

La vicenda presenta vari altri interrogativi. Come avrebbero fatto i russi a conoscere in anticipo l’ora e la località di una riunione così importante, e come mai il Califfo, pur sapendo di essere braccato da terra e dal cielo, avrebbe rischiato di perdere in un colpo solo tanti suoi luogotenenti? Se l’uccisione è effettivamente avvenuta, perché Mosca ha atteso quasi tre settimane prima di rendere noto il suo successo? Quando i loro aerei sonno entrati in azione, i militari russi sapevano o non sapevano che tra gli obbiettivi c’era anche il Califfo? Come nel caso di Bin Laden, ci vorrà qualche tempo per avere le risposte.

Dato e non concesso che Al Baghdadi e i suoi principali comandanti siano davvero morti, ci sono due prospettive, per così dire, opposte. La prima è che la loro fine, oltre ad accelerare l’ormai inevitabile scomparsa del Califfato come entità territoriale (con il problema di chi deciderà a chi andrà il controllo del territorio liberato), infligga all’Isis un tale colpo da renderla, almeno per un certo periodo, meno pericolosa. La seconda è che i superstiti, inquadrati o lupi solitari, vengano presi da una tale sete di vendetta da moltiplicare gli attentati anzitutto in Russia, ma anche nel resto del mondo; e molti analisti temono che questa sia l’ipotesi più probabile.


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