Se la Lega resta  orfana del Nord

Se la Lega resta
orfana del Nord

Per ora è un’indiscrezione non confermata, ma ci può essere del vero nel fatto che la parola Nord scompaia dal logo della Lega, o che venga comunque ridimensionata. L’annuncio potrebbe venire il 17 settembre al raduno di Pontida, un luogo spiazzante in questo contesto. I simboli e i sentimenti forti contano per un popolo allineato e fedele come quello lumbard, cresciuto nella lealtà al contado generoso. Quel recinto sembrava un destino, e lo è ancora, ma potrebbe diventare un problema, un vestito fuori tempo per la Lega sovranista e nazionale di Salvini.

Se la prospettiva è questa, senza il Nord il Carroccio (termine ormai desueto) sarà un’altra cosa: lumbard nel campo aperto di un’Italia tutta dove la chimica non è mai scattata. Via dalla casa madre, consumando l’atto finale di un parricidio (Bossi), nell’aria da tempo dopo lo scivolone del cerchio magico sui diamanti e la condanna in primo grado per l’uso improprio dei fondi pubblici al partito. Orfana della magia del Nord, la ditta perderebbe la ragione sociale, il mito fondativo e il focolare domestico, la verità alternativa dell’invenzione della tradizione (la Padania promessa), il pratone di Pontida, i riti pagano-celtici, la canotta operaista del condottiero ruspante.

Tutto l’armamentario folk di un arruffato e principiante Bossi che, nei primi anni ’90, comiziava nella Bergamasca sul cassone di un camion per frutta e verdura. Un universo popolar-popolano rivendicativo, fattosi sindacato del territorio con centinaia di amministratori e due governatori, che si ritrova in mezzo al guado identitario, ad un passaggio ritenuto obbligato. Gli anni d’oro dell’avanguardia emersa dal sottosuolo arrabbiato del nordismo e dell’epopea di padroncini e partite Iva sono stati spazzati via dalla ramazza di Maroni inaugurata proprio a Bergamo, mentre la ruspa di Salvini sta completando la bonifica. Il quadro è cambiato e la discontinuità va marcata. Per quanto sia già nelle parole d’ordine del nuovo corso (l’Europa colonizzatrice al posto di «Roma ladrona», i migranti invece del Sud parassitario, la nazione dopo la devolution), specchiandosi nel tramonto impietoso del vecchio leone, pure lui sorpassato da un oltranzismo che sembra macinare consensi, un carburante elettorale.

La Lega di Salvini, formato nazional-populista, è quotata al 15% al pari di Forza Italia, ma quando esce dalla roccaforte lombardo-veneta continua a faticare e al Sud non è pervenuta: qui deve mimetizzarsi. Per il leader, che cavalca l’onda montante dei ceti spaventati e il vento di destra, la competizione è interna ed esterna. Il popolo leghista, benché obbediente, non si pensa ancora come «nuova destra» e l’inclinazione sentimentale resta confinata sulla piccola patria pedemontana.

Lo stesso referendum di ottobre sull’autonomia della Lombardia, la cui utilità è da discutere, risponde al richiamo della foresta e sta dentro il tradizionale percorso federalista. La guerriglia con Berlusconi è senza ammortizzatori, ma la guida dell’ex Cavaliere – caso unico fra i principali partiti – non pare ancora matura per essere contendibile. L’ex premier è uomo dalle tante vite: è riuscito a fermare declino e dissipazione, il beauty farm ha sostituito l’esuberanza impenitente, s’è ricostruito secondo un format sobrio e neo moderato, s’è trasformato in europeista al seguito della Merkel e presidia pure il fronte animalista, cosa che non disturba nessuno. Mentre pezzi della diaspora rientrano penitenti, l’ex padre-padrone si reinventa vecchio saggio e federatore dalla forza tranquilla, capace di tenere a bada lo scalpitante Salvini. Con queste regole elettorali andrà a finire che tutto il centrodestra, al 35% secondo i sondaggi, marcerà diviso per colpire unito. Uno smarcarsi che ha una sponda statistica: la somma dei voti ai singoli partiti di centrodestra nel proporzionale ha sempre superato quella della coalizione nel maggioritario.

Ma Berlusconi torna in campo dopo aver perso nello tsunami del 2013 una parte consistente della propria base sociale (6 milioni e mezzo di voti, specie fra i ceti produttivi), con una classe dirigente non rinnovata, con poca argenteria e con un progetto indeterminato, se non quello vincolato al popolarismo europeo. Con Bossi, nelle cene ad Arcore, funzionava lo schema della divisione dei compiti e delle aree di competenza, con Salvini il gioco si fa duro e non è fuoco amico: in palio l’esclusiva della leadership.


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