Se la società non rispetta le regole

Se la società
non rispetta le regole

L’anno sta per finire. Ma finisce male, con problemi gravi irrisolti. È vero che di problemi gravi e irrisolti ce n’è sempre, ma quelli di quest’anno sembrano più gravi e meno risolvibili. L’ultimo scorcio dell’anno, in particolare, è stato faticoso. Le paure dell’Isis e del terrorismo islamico si sono come spostate sullo sfondo. Sono venute invece con forza in primo piano le notizie dell’inquinamento, del blocco del traffico, mentre, come un bordone di fondo si è continuato a parlare del decreto salva banche del governo e delle proteste dei risparmiatori truffati.

Dalle grandi preoccupazioni planetarie ai problemi di casa. Problemi gravi, se si vuole, ma di casa.

L’inquinamento riguarda l’ambiente e noi nell’ambiente. Il rapporto con il mondo esterno è a rischio e la salute è minacciata. Soprattutto lo è negli ambienti dove di solito si vive: i centri urbani in particolare. E il rischio riguarda l’aria e il respiro di chi ci si trova dentro. Rischio vitale e immediato. Consola poco la considerazione che questo pericolo viene ancora da noi perché l’ambiente l’abbiamo inquinato noi. Anche stavolta si è scatenata la caccia al colpevole. Ma siccome dell’inquinamento siamo colpevoli tutti si finisce per dover constatare che non è colpevole nessuno. E poi l’aria è satura di polveri sottili perché non piove. Ora, l’alta pressione è forse anch’essa conseguenza delle colpe dell’uomo, ma di colpe più lontane e difficili da scovare e ancor più difficili da punire. E così anche l’inquinamento diventa molto simile a una catastrofe naturale. Se l’inquinamento rende difficile il rapporto uomo-natura, la crisi delle banche tocca un nervo dolorante del rapporto uomo-uomo: l’attività economica, i soldi e soprattutto la fiducia nell’uso dei soldi e negli scambi economici. La crisi delle banche rivela la difficoltà dei rapporti umani e delle relazioni. Mi viene in mente l’etimologia della parola «simbolo». Il termine deriva dal verbo greco «syn-ballein», «mettere insieme» e rimanda all’usanza antica nella quale «due individui, due famiglie o anche due città, spezzavano una tessera, di solito di terracotta o un anello, e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un’alleanza (...). Il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l’esistenza dell’accordo» (Wikipedia). La società moderna, in molte delle sue attività, quelle economiche soprattutto, non riesce a stare alle regole. È come se avesse smarrito il coccio che permette di riconoscere un impegno con l’altro. In termini un po’ dotti si potrebbe dire che la società moderna fatica a tenere in piedi attività simboliche nel senso etimologico che ho ricordato. Oppure che è venuta meno la fiducia. L’altro che doveva essere l’interlocutore è diventato il nemico. Gli scambi si sono inceppati.

Su tutto è scontro politico. Lo scontro, tanto duro quanto povero di contenuti, conferma una costante. La politica di questi ultimi anni non fa progetti su quello che sarà ma discute, anzi litiga, su quello che c’è. La politica manca di respiro. Non si cura dell’insieme dei problemi gravi lontani, ma del particolare dei problemi piccoli vicini. Se fuori di casa un tombino si è rotto il condominio parla del tombino e non della Siria e della Libia. Tanto meno dell’Ucraina o del Corno d’Africa. In altre parole, mentre la nostra crisi sia con l’ambiente che con gli altri si fa grave, aumenta proporzionalmente la nostra incapacità di capirla e di affrontarla. Forse è per dimenticare tutto questo che si farà festa la notte di San Silvestro, in barba all’inquinamento e alle proibizioni dei sindaci.


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