Se l’odio cancella
anche la satira

Massacro in redazione, questa ci mancava. Una strage contro la parola, contro l’ironia, compiuta nel cuore della città della liberté dove nella storia (dall’illuminismo alle avanguardie, alla multirazzialità) ogni cultura e ogni confessione ha sempre trovato un approdo. Da oggi liberté anche di uccidere chi fa satira, chi non la pensa come noi in una Parigi tramortita dalla violenza dei proiettili.

Se l’odio cancella anche la satira

Sul terreno ci sono dodici morti, condannati da vignette semplicemente scorrette. Nell’aria un grido a firmare la follia, quell’«Allah Akbar» urlato dai tre terroristI in fuga, incappucciati in tute nere e su un’auto nera, come a testimoniare che tutto era stato preparato con cura, anche il cromatismo macabro della scenografia. Le Torri Gemelle a Manhattan, i massacri nella metropolitana di Londra e nelle stazioni ferroviarie di Madrid. E adesso, dieci anni dopo l’ultimo atto terroristico di matrice islamica nel centro dell’Europa, è toccato a Parigi. Con la variante della vendetta culturale perché gli assassini non hanno colpito a caso, ma hanno preso di mira un settore apparentemente non strategico: la satira. Nelle rastrelliere delle edicole c’è l’ultimo numero di Charlie Hebdo, che propone una vignetta del suo direttore Stéphane Charbonnier, ucciso dai terroristi. «Nessun attentato in Francia», è il titolo. Ma un guerrigliero con barba, turbante e kalashnikov aggiunge: «Aspettate, abbiamo tempo sino a fine gennaio per farvi gli auguri».

Si resta pietrificati davanti a questa immagine e a queste parole, involontaria premonizione di morte. I tre terroristi sono stati di parola e adesso Parigi piange dodici vittime nella via dove abitava Maigret. Sono vignettisti, giornalisti, impiegati colpevoli di lavorare in un rotocalco satirico che per sua vocazione ironizza su tutto e su tutti, compreso Maometto. Più due poliziotti che erano stati messi alle costole di Charbonnier dopo le minacce dei fondamentalisti e dopo le due bombe molotov esplose davanti alla redazione nel 2011.

Chissà quante querele, quante lettere adirate, quante manifestazioni di legittimo dissenso hanno stretto d’assedio Charlie Hebdo in questi anni difficili, nei quali i valori della libertà di pensiero e di critica (capisaldi della civiltà occidentale e della sua democrazia compiuta, ricordiamolo) non sono propriamente di moda. Tutto ci si poteva attendere tranne che l’assalto terroristico. Eccoli gli auguri entro fine gennaio, recapitati sottoforma di raffiche di mitra. Eccoli a ricordarci che le guerre solo apparentemente lontane sono fra noi e che il terrorismo generato dal fanatismo religioso è in grado - come accadde nei decenni passati - di continuare a uccidere nei luoghi più inaspettati. Lo si attendeva con paura negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie. E invece eccolo comparire in una tranquilla redazione per mettere a tacere la satira a modo suo. Nell’unico che conosce.

Ciò che più lascia agghiacciati è quel filmato in cui un terrorista torna sul marciapiede per finire il poliziotto ferito, prima di salire sull’utilitaria rubata e scomparire. Tutto questo nell’11° Arrondissement, non lontano dalla Bastiglia e dal quartiere di Belleville (ad alta densità islamica), in un silenzio irreale. Chi li ha visti in azione parla di uomini addestrati a colpire a sangue freddo, a sparare in corsa. E riferisce di un blitz organizzato nei dettagli, un’azione militare in piena regola. La segretaria di redazione, costretta ad aprire col codice numerico la porta d’ingresso, ha rivelato che parlavano perfettamente francese.

Un colpo al cuore per la «laicité de la République» e per l’abbraccio silenzioso ai Fratelli musulmani nell’era Hollande, con lo slogan «una moschea in ogni città». Un massacro che avrà conseguenze politiche e che i colonnelli di Marine Le Pen hanno già cominciato a cavalcare. Nell’ultima intervista, il direttore di Charlie Hebdo diceva: «Siamo a favore della primavera araba e contro l’inverno dei fanatici». Un ideale luminoso che oggi diventa una fredda iscrizione tombale.

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