Serve uno scatto per avere futuro

Serve uno scatto
per avere futuro

Dicono che le cose conquistate con molta fatica siano quelle che danno le soddisfazioni maggiori. Se l’assioma è corretto, c’è da credere che gli otto grandi progetti elaborati dai «Tavoli Ocse» per rilanciare lo sviluppo e la competitività di Bergamo nei prossimi dieci - vent’anni raggiungeranno i risultati sperati. Non si può certo dimenticare, infatti, che negli ultimi trentasei mesi il lavoro della «cabina di regia» impegnata nel tracciare il futuro della nostra terra abbia registrato più di un intoppo e qualche «incomprensione», prima di riuscire ad intraprendere un percorso comune e realmente condiviso. Ma questa, ormai, sembrerebbe essere acqua passata, e le otto priorità individuate dal gruppo di lavoro, messe finalmente nero su bianco, sono la conferma che la voglia di guardare avanti c’è, e c’è per tutti. Del resto Bergamo ne ha estremo bisogno, proprio per recuperare produttività, competenze e innovazione, quei terreni dove l’indagine commissionata all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico aveva individuato le fragilità e le debolezze maggiori, unitamente all’assenza di una governance comune e condivisa tra pubblico, privato e mondo accademico. Certo, la vicenda del doppio hub sull’innovazione che nel novembre scorso ha visto Confindustria e Imprese & Territorio andare ciascuno per la propria strada non è stata l’inconfutabile dimostrazione che siamo tornati a saper fare squadra, ma qualche passo in avanti è stato comunque compiuto, almeno quel tanto che basta per sperare di guardare al futuro con un po’ più di ottimismo.

Anche perché Bergamo sembra ormai essere arrivata ad un punto di non ritorno: o sarà capace di dar vita ad un processo di rinnovamento profondo e radicale – tenendo però come capisaldi i valori che l’hanno fatta grande in Italia e nel mondo – o finirà inesorabilmente con il lasciarsi andare piano piano, diventando davvero una provincia di periferia, «inutile» allo sviluppo del Paese e lontana dai centri che lo disegnano.

Catastrofismo urbano a buon mercato? Può anche essere, ma i segnali che il nostro tessuto sociale ed economico sta dando da alcuni mesi a questa parte non possono non far suonare un deciso campanello d’allarme, a cui è necessario prestare la dovuta attenzione. A torto o a ragione (questo lo stabiliranno i giudici nelle sedi opportune), le inchieste che la Procura sta portando avanti e che hanno coinvolto i vertici di alcuni enti non certo secondari all’interno della comunità (dall’Inps alla Motorizzazione civile, dal carcere alle banche, dagli ex questori agli ex sindaci, fino ad alcuni imprenditori) impongono una riflessione che non può essere soltanto di facciata o di circostanza. Occorre andare più a fondo, capire perché anche nella nostra società hanno potuto trovare spazio comportamenti illeciti che feriscono e inquietano. Non si tratta di «delinquenza comune» – sarebbe troppo semplicistico definirla così –, ma di qualcosa di più subdolo e di più pericoloso, tanto da riuscire a minare l’etica di un tessuto sociale storicamente «sano».

Anche in quest’ottica, le otto sfide che il Tavolo Ocse pone all’attenzione di tutti possono rappresentare una sorta di riscatto comune. Non c’è in gioco soltanto «la promozione della qualità metropolitana di Bergamo» o «la riorganizzazione della nuova mobilità nell’era digitale», o – ancora – «lo sviluppo e la competitività di Bergamo e del suo territorio». La posta in gioco deve essere necessariamente più alta, deve comprendere la rinascita di un nuovo «modello Bergamo» fatto sì di competitività, competenza e innovazione, ma che torni a mettere al centro quella forte tensione morale che ha fatto della nostra terra un punto di riferimento dove molti – in politica, nella sanità, nella finanza, nell’imprenditoria, nel welfare – hanno guardato per anni con sincera ammirazione. Quel mondo – oggi – appare sempre più sbiadito e rischia di diventare un puntino lontano nel tempo. Ma non dobbiamo permettere che ciò accada.

Certo non è facile, ma è necessario chiamare a raccolta tutte le energie positive della nostra terra e cominciare a tessere una nuova tela, dove trama e ordito siano così intrecciati tra loro da non lasciar filtrare nulla che non serva alla nostra crescita. Abbiamo bisogno che Bergamo dia vita a un nuovo Umanesimo e – insieme – a un nuovo Rinascimento, dove la formazione spirituale, morale e civile si leghi ad una rinascita culturale di idee e prospettive. Ma tutto ciò sarà utile ad una condizione sola: che al «pensiero» si affianchino uomini e donne capaci di assumere senza incertezze il ruolo di leadership, perché la differenza – e non solo nelle imprese – la fanno le persone, capaci di giocare un ruolo determinante per cambiare davvero gli orizzonti di una sfida.

Dal Dopoguerra ad oggi, la nostra terra ne ha cresciuti molti, e i risultati non sono mancati: grandi imprenditori, manager, banchieri, politici, medici, ricercatori hanno «forgiato» Bergamo e la Bergamasca, facendone una tra le province trainanti del nostro Paese. Il dato anagrafico deve essere necessariamente aggiornato, ma oggi c’è ancora bisogno di quella energia e di quella tempra per uscire dalla risacca e tornare in mare aperto per riappropriarsi del nostro futuro. Servono nuove forze «catalizzatrici» che sappiano consegnare il futuro ai nostri figli. Le menti piccole – diceva Pascal – sono preoccupate dalle cose straordinarie, le menti grandi da quelle ordinarie. E ora, il futuro, è all’ordine del giorno.


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