Sicurezza percepita insicurezza reale

Sicurezza percepita
insicurezza reale

Una scena agghiacciante nel cuore del borgo San Leonardo. La rissa, il sangue, l’agonia di un uomo lasciato solo a morire sul marciapiede. Il presunto responsabile che, così dicono le cronache, ripulisce il suo bar, spranga la saracinesca e se ne va a casa, come se nulla fosse. Difficile accettare che una scena di così estremo degrado umano sia avvenuta proprio nel cuore della nostra città.

Ma chi abita in quella zona da tempo aveva denunciato che la situazione era fuori controllo: spaccio alla luce del sole, risse, piccole prepotenze da marciapiede. Più in generale, un crescente e preoccupante senso di impunità, lo stesso documentato dal nostro giornale qualche isolato più in là, dai pusher che stazionano a San Giorgio e dintorni e vendono dosi di cocaina come fossero caramelle.

Non è un fulmine a ciel sereno. E fanno un po’ sorridere – amaramente, s’intende ¬ le polemiche di chi, ora, scaglia pietre contro l’inerzia dell’amministrazione, facendo leva su quella finzione di corto respiro, che pretende di cancellare con la bacchetta magica la storia di un intero corpo sociale allo scoccare di ogni nuova legislatura. Ottenendo però (e qui l’efficacia è indubbia) di schiacciare il dibattito pubblico sul solito, trito, orizzonte: presidi, telecamere, controlli a tappeto... Insomma, cose necessarie, ma pure un poco scontate: dobbiamo ancora trovare il sindaco che dica «togliamo le telecamere» oppure «facciamo meno controlli». Infatti, la tragedia che si è consumata nella notte di venerdì è la prova che la macchina repressiva è tanto efficiente (il presunto assassino è stato rintracciato e assicurato alla Giustizia a tempo record), almeno quanto è disarticolato il contesto umano di riferimento (gli avventori terrorizzati che non sono intervenuti durante la rissa, il quartiere, a sua volta terrorizzato dagli avventori, uno strisciante senso di abbandono, di perdita, di rassegnato intruppamento verso una deriva incerta): in via Moroni si tocca con mano quanto l’insicurezza percepita sia diventata insicurezza reale.

Eppure non è sempre stato così. Nove anni fa, il sogno di un quartiere diverso era stato evocato da un restyling urbanistico che aveva interessato i due rami alti del borgo (San Bernardino e Moroni) che dalle Cinque Vie si ramificano verso sud ovest. Non era il tempo della crisi, dei bilanci risicati, dei cantieri chiusi. Era l’era dei grandi progetti: a Torino rinasceva San Salvario, Napoli aveva vissuto la stagione del risorgimento… un altro mondo. Oggi, un po’ per forza di cose, un po’ per le idee a breve gittata che trovano più credito sociale di quelle più coraggiose (succede quando l’emozione prevalente è la paura), ci si accontenta del volano dei grandi eventi (per esempio BergamoScienza), per risollevare, con scarso successo, le sorti di territori (per esempio piazzale Alpini) normalmente relegati nel quieto oblìo del transito di chi passa, ma non si ferma.

La morte di Amadou è una tragedia causata da una tortuosa e incredibile catena di fatti (ne parliamo in cronaca nelle due pagine dedicate all’omicidio), dei quali il suo assassino è il primo responsabile, ovviamente. Ma com’è possibile che un uomo con un profilo così pericoloso potesse continuare più o meno tranquillamente a gestire un esercizio pubblico? L’omicidio di Amadou però è anche un sintomo, che ci dice che c’è una parte di città che non riesce a uscire da quel cono d’ombra in cui l’idea prevalente (ma non potrebbe essere che così, ora come ora) è che ci si sente più sicuri se a osservarci sono gli occhi della telecamera. Non sarà però la tecnologia a ricostruire un tessuto sociale ormai degradato.

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