Spesa sociale l’anomalia italiana

Spesa sociale
l’anomalia italiana

Nel gennaio 2012 il governo Monti avvia la riforma delle pensioni e introduce un percorso difficile verso il taglio del deficit. L’obiettivo è abbassare il differenziale di interesse con i titoli di Stato tedesco, salito oltre il livello di guardia. Lo spread in effetti scende, ma contro ogni previsione l’agenzia Standard&Poors declassa il rating del debito italiano. I creditori vogliono sapere se il risanamento viene perseguito nel tempo. In breve si domandano come sarà l’Italia fra cinque anni. I cinque anni sono trascorsi e la situazione è la seguente: il debito al 133% del Pil non cala, il deficit non è in linea con i livelli richiesti dal piano pluriennale di rientro.

La crescita fatica. Mentre nell’eurozona raggiunge l’1,7% del Pil complessivo, in Italia è allo 0,9% . È il fanalino di coda. Ci sono anche note positive: il surplus commerciale nel 2016 è di 51,6 miliardi. Un sesto di quello tedesco e tuttavia nel contesto internazionale sono pochi quelli che possono vantare un saldo attivo. Ma stiamo parlando di un quarto delle aziende italiane, le altre non riescono a tenere il passo della competizione. E non è vero che sia per colpa dei costi e dei salari. Le razionalizzazioni ci sono state, ed anche feroci,e le retribuzioni sono quelle note a tutti, dai voucher ai contratti di precariato, a quelli a tempo indeterminato il risultato è sempre lo stesso: al limite della sopravvivenza e comunque molto al di sotto della media del Nord e Centro Europa. No, il problema è che molte aziende faticano a stare al passo dell’innovazione e della ricerca. La produzione si disperde in imprese piccole e piccolissime che non sono in grado di effettuare i giusti investimenti. Certo lo Stato potrebbe dare una mano, ma - come dice il super citato testo di Reinhart e Rogoff «Questa volta è diverso. Otto secoli di follia finanziaria» - il debito oltre il 90% del Pil rallenta inevitabilmente la crescita.

Finora la Banca centrale europea (Bce) ha tolto il Paese dall’emergenza e reso meno impellente il bisogno di lavorare di bisturi. Francoforte acquista titoli di Stato italiano e fa calare i tassi di interesse. Per l’Italia un regalo nell’ordine di circa 15 miliardi all’anno. Il governo Renzi li ha impiegati per rilanciare la domanda interna e per favorire la mobilità lavorativa ma con scarsi risultati a breve termine. Morale: l’inflazione cresce e sta raggiungendo nell’eurozona la fatidica soglia del 2% dopodiché il «Quantitave easing» finirà. Sarà quindi chiaro a tutti che l’Italia con un’esposizione del 133% del Pil non può finanziare la crescita a debito. Dovrà iniziare a razionalizzare la spesa pubblica e mettere mano alle inefficienze. Guardiamo la spesa sociale. L’Italia spende più della Svezia in rapporto al Pil. A questo punto sorge la domanda: a parità di prestazioni finanziarie un ospedale svedese vale un istituto di cura calabrese? Una regione che per ogni 100 euro ricevuti in prestazioni di spesa sociale ne versa circa 36. Secondo il Quarto rapporto sul bilancio del sistema previdenziale a cura del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali presentato in questi giorni al governo e alle commissioni parlamentari, il sud consuma il doppio circa di quanto paga in termini di stato sociale. Uno squilibrio che una buona amministrazione affronterebbe con un miglioramento delle prestazioni, pena la riduzione delle contribuzioni. Anche perché è notorio che la corruzione e la malavita organizzata imperversano. Sono i cittadini con i loro tributi che pagano e come i creditori internazionali sono esigenti nei confronti dello Stato italiano così occorre esserlo con chi dissipa le risorse pubbliche. Un’utopia? Forse, ma questo è il vero problema italiano.


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