Tensione atomica La lezione della Corea

Tensione atomica
La lezione della Corea

Solo qualche mese fa la penisola coreana sembrava destinata a diventare il teatro della terza guerra mondiale. Donald Trump minacciava di usare le armi atomiche contro il Nord da dove Kim Jong-un, il più giovane capo di Stato al mondo, faceva volare missili balistici che sorvolavano il Giappone e mostravano gittata sufficiente per colpire anche gli Usa. Oggi… puf! Tutta quella tensione è sparita, il presidente del Sud Moon Jae-in ha incontrato il dittatore del Nord, si sono dati la mano, si sono fatti un sacco di sorrisi e hanno detto che la guerra è finita.

Presto Kim incontrerà Trump, quello che voleva desertificargli il Paese, e per metterlo di buon umore ha annunciato la chiusura del sito dei suoi esperimenti nucleari. A quanto pare, vivremo tutti, i coreani per primi, felici e contenti. Questa vicenda, a lieto fine ma nondimeno un poco grottesca, dimostra alcune cose. La prima e più evidente è che non c’è problema politico che non possa essere risolto se matura la volontà di risolverlo. E questa è la faccia luminosa della medaglia. Ma c’è anche l’altra faccia, quella che ci dice che tale volontà di solito matura, in politica, quando qualcuno vede soddisfatti i propri interessi. E non è detto che la pace soddisfi tutti gli interessi nella stessa misura.

Partendo dal basso, ci pare che la Cina, grande patrona della Corea del Nord, abbia portato a casa qualcosa. Pechino sta facendo grandi sforzi per radicare in Asia, e in particolare nel Mar cinese meridionale, la propria sfera d’influenza. Deve già competere con gli Usa (vedi dazi) e con i Paesi che degli Usa sono alleati, in primo luogo il Giappone che sta riarmandosi a tutto spiano, e non ha certo bisogno che il «protetto» Kim Jong-un crei inutili tensioni. La quiete è meglio della tempesta. Un po’ più su in classifica, possono sorridere gli Usa. Trump ha fatto la voce grossa, il Pentagono ha dispiegato altre armi in Corea del Sud, ora possono dire che ha funzionato e che la Corea del Nord ha capito l’antifona. Della serie: di’ che ha vinto e torna a casa, come consigliava Kissinger.

Ancor meglio piazzata è la Corea del Sud. Moon Jae-in, l’avvocato cattolico specializzato nella difesa dei diritti civili, pacifista da sempre, non poteva certo gradire l’idea che i missili cominciassero a volare sulla sua testa. Incontrando Kim in modo tanto spettacolare, garantisce serenità al proprio Paese e nello stesso tempo toglie ogni scusa agli Usa che stavano diventando un po’ troppo ingombranti. Garanti della sicurezza della Corea del Sud è un conto, padroni politici del suo destino tutto un altro. Moon ora lascia la scena a Trump, ma intanto ride sotto i baffi che non ha. In cima alla graduatoria, però, ci pare sieda Kim Jong-un. Sì, proprio lui, quello che Trump chiamava «ciccione», «paranoico», «rocket man». Pensiamoci un attimo: i missili balistici li ha e funzionano; secondo i servizi segreti Usa ha non solo la bomba atomica ma anche i mezzi tecnici per miniaturizzarla, cioè per caricarla su uno di quei famosi missili e lanciarla lontano; sa che, se fosse attaccato dagli americani, potrebbe rifarsi almeno sulla Corea del Sud e con ogni probabilità la Cina non starebbe a guardare.

In queste condizioni, chi glielo fa fare di cercarsi altre grane? Ha tutto ciò che gli serve per non fare la fine di Milosevic, Saddam e Gheddafi, una bella trattativa può portare al suo Paese solo vantaggi, sotto forma di crediti, forniture alimentari e chissà, magari accordi commerciali di più ampio respiro con il florido Sud. Alla fin fine, colui che esperti e politici occidentali disprezzavano si è forse rivelato il più furbo di tutti. Capita. Un po’ spesso, ultimamente.


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