Troppe proteste snaturano la politica

Troppe proteste
snaturano la politica

Donald Trump e Emanuel Macron, la cui diversa qualità politica e culturale non è qui in questione, sono oggi accomunati da un calo di consenso, uguale e contrario al sorprendente successo elettorale, che aveva avuto un denominatore comune: la disperata ricerca del nuovo da parte degli elettori. Bravissimo e coraggioso nella simbologia europea, Macron ha fatto finora il francese nazionalista, per di più sempre a spese dell’Italia: immigrazione, cantieristica, Libia. Quanto a Trump, è prigioniero delle promesse elettorali e non riesce a distinguerle dal severo realismo dell’amministrazione. Il loro consolidamento dipenderà paradossalmente dalla capacità di superare la ragione protestataria che li ha portati al potere. Per ora, sono accomunati dalla delusione di chi pensava, forse sul serio, che bastasse una scelta controcorrente per risolvere le cose, un po’ come la Brexit per i britannici, per l’opinione, tanto diffusa quanto pericolosa, per cui «li abbiamo provati tutti, non saranno peggio degli altri». I guai seri di un Paese cominciano anche cosi, da risentimenti che durano il tempo di una crocetta sulla scheda, per poi ritrovarsi una praticante legale alla guida della più grande metropoli italiana. Una signora gentile, che non ha mai rubato, ma, come diceva Benedetto Croce, per un politico l’incapacità è il vero furto.

Per fortuna di Francia e Usa, a differenza di un’Italia che si fa fare la legge elettorale dalla Consulta, per i transalpini ci sono l’autorevolezza dello Stato e l’influenza di una grande scuola di amministrazione che ha espresso anche questo Presidente, e per gli americani c’è un saggio e secolare sistema basato sui pesi e contrappesi, che condizionano un miliardario abituato solo al concetto che volere è potere.

Il problema generale è comunque molto serio, perché c’è contraddizione tra un’epoca sempre più complicata, e una opinione pubblica che cerca soluzioni sempre più semplici, spesso semplicistiche. Concorrono a questa rincorsa della banalizzazione fattori magari anche innovativi, come il web a portata di tutti, farcito però da fake news. Vince un incrocio perverso da un lato tra l’idea che tutto è complotto, che la dietrologia è l’unica via per la verità, e dall’altro di nuove convinzioni, come quella per cui non esistono più destra e sinistra.

La prima produce negazione di ciò che è scienza e competenza, in quanto espressioni di élite egoiste e interessate. Tipico esempio il no ai vaccini per non favorire le aziende farmaceutiche. La seconda, tema da politologi, è la premessa di confusione, alibi per il trasformismo: 512 transumanze in questo Parlamento, 14 in tutta la Prima Repubblica, con eletti di destra che appoggiano la sinistra, ma poi tornano a destra, festeggiati masochisticamente da quelli che non hanno cambiato idea.

Giovanni Sartori parlava già negli anni 70 del fascino irresistibile del «nuovismo», ma oggi siamo oltre. Le ricette sono quelle del marciapiede. Come ha osservato Francesco Giavazzi, c’è una «tempesta perfetta» (globalizzazione, migrazioni, crisi finanziaria) e la risposta ha il «fiato corto, una visione di breve periodo, e quando va bene si limita a spostare i problemi al domani, rendendoli semplicemente più acuti».

In Italia, non abbiamo né uno Stato solido, né uno Stato modernamente flessibile, e stiamo andando incoscientemente verso una non maggioranza parlamentare, rimettendoci nelle mani della speculazione proprio ora che c’è un po’ di ripresa. L’unico scudo che abbiamo, l’euro, è sotto attacco, proprio perché percepito come lo strumento di una élite finanziaria e burocratica. Per noi, quindi, il pericolo è maggiore, perché privi di un comune sentire almeno su alcuni principi. Siamo divisi su tutto. L’introduzione del maggioritario, ora fallito, ha istituito il diritto-dovere al litigio, come in un eterno talk show collegato in diretta a piazze solo pronte all’invettiva. Come quelle dei canali di Mediaset, curioso propellente non del centrodestra ma dei 5Stelle…

Lenin sosteneva che anche una cuoca poteva dirigere lo Stato. Solo che Lenin lo aveva sostituito con la forza omnicomprensiva del partito-stato, che doveva garantire capacità di guida, e infatti alla sua testa ci volevano dei «rivoluzionari di professione», inflessibili nel garantire una dittatura.

In democrazia è tutto più complesso, e i grandi problemi, a cominciare dal più epocale, l’immigrazione, non si risolvono con ricette confezionate come in cucina, per restare all’esempio leniniano. Le elezioni del 2017 in Europa sono state comunque confortanti perché i votanti – pur con la defezione di troppi – hanno respinto le sirene più inquietanti. È forse solo una speranza, ma è come se si fosse capito che ad un certo punto la ricreazione finisce.

In fondo, persino Tzipras è tornato ad emettere titoli del Tesoro greco, e non stanno andando male. È ora che anche lui si rimetta la cravatta. Fa un po’ capitalista, ma forse il suo Paese si salverà. Ora pensiamo a salvare il nostro. Abbiamo protestato abbastanza.


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