Trump & Co. Illusioni e verità

Trump & Co.
Illusioni e verità

Nel discorso di insediamento, Trump annuncia trionfalmente che il potere torna al popolo. A Coblenza, si riunisce una sorta di paradossale internazionale della destra «populista», che intenderebbe abbattere un’Europa accusata di essere causa dell’impoverimento e al contempo della «invasione» di immigrati. In un recente libro, il filosofo francese Balibar ha invocato un populismo filo-europeista per contrastare l’emergente nazionalismo sovranista. E, da ultimo, il ministro Padoan ha invitato a prendere sul serio le preoccupazioni che possono portare al populismo. Torna dunque prepotente il riferimento al populismo, che inizia perfino a essere rivendicato.

Quali tratti caratterizzano il populismo? Anzi tutto, il riferimento al popolo, esaltato come fonte unica e unitaria di legittimazione del potere. Da qui l’illusione ottica di una superiorità democratica del populismo. Ma di illusione si tratta, perché ci si richiama a un popolo che non esiste, semplificato ad arte, ridotto a un volere unico, quello di cui si autoproclama interprete infallibile il leader.

Il popolo viene a coincidere con un profilo arbitrariamente selezionato ed evidentemente parziale. Da qui il collegamento sempre possibile tra populismo e nazionalismo e xenofobia. La comunità è infatti interpretata come omogenea, identitaria, ciò che è possibile solo al prezzo di esclusioni. Si invoca un legame, in sé ormai fiacco, quello nazionale, solo per negare una solidarietà più ampia. La prima vittima della semplificazione è dunque il popolo stesso, di cui si perdono le articolazioni plurali, amputate e forzosamente massificate.

Tra populismo e disintermediazione vi è dunque circolarità. Al successo di questa proposta politica è funzionale, sul versante sociale, un individualismo incapace di riconoscersi in forma alcuna di legame e di differire l’utile personale e immediato entro un progetto più ampio.

Di fronte allo scetticismo verso le narrazioni ideologiche, il populista si presenta anche come un tipo pragmatico: evita discorsi che impegnino la durata e che coinvolgano distanze. Alla semplificazione del popolo si accompagna cioè un accorciamento della prospettiva politica. La proposta populista interessa ciò che è vicino, se non immediato, sia spazialmente che temporalmente.

A caratterizzare il profilo del populista è poi la convinzione, reale e/o esibita, che le soluzioni ai problemi siano a portata di mano e che risultino complicate solo per le trame del nemico. Il buon senso dell’uomo qualunque le addita con piglio sicuro. Per questo, la leadership populista non ha bisogno di dimostrare competenze particolari, né di accreditarsi per una storia credibile. Una buona presenza scenica e una spregiudicata abilità comunicativa bastano. Ne può uscire un qualunquismo scettico, impolitico, ma anche un leaderismo autoritario. La spinta alla personalizzazione del potere, trainata dall’influenza dei media e della «videopolitica», rendono possibile questo secondo esito.

L’immagine diffonde lo stesso seme da cui fiorisce il populismo: l’immediatezza. Poiché però le soluzioni semplici, alla prova dei fatti, tendono inesorabilmente a mostrare la corda, si ottiene che difficilmente un populista riesca a insediarsi in modo stabile. Questo potrebbe essere consolante, purché la delusione ridesti dal sonno della ragione e non inneschi invece un moto di vorticoso e crescente overpromising (Meny-Surel), che alza il tiro della spregiudicatezza delle ricette e del linguaggio. Io credo, con Todorov, che «il primo avversario della democrazia sia la semplificazione, che riduce il plurale all’unico, aprendo così la via alla dismisura».

In nome di una democrazia semplificata e immediata, il populismo è destinato a entrare in collisione con il costituzionalismo, nel quale vede un ostacolo al potere dei cittadini, cui le costituzioni pongono limiti a tutela delle minoranze e, in ultima istanza, a garanzia della composizione irriducibilmente aperta e plurale del popolo sovrano.


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