Trump solo
contro tutti

Non era mai successo in America che, 24 ore dopo l’ insediamento di un presidente due milioni di persone - in grande maggioranza donne - scendessero in piazza per contestarne la legittimità e «difendere i loro diritti». Non ha precedenti la virulenta campagna che l’ 80 per cento dei media - New York Times, Washington Post e Cnn in testa, continua a condurre contro il «comandante in capo» mentre ha appena avviato l’ attuazione del suo programma.

Non si era mai visto un presidente che, avendo perduto il voto popolare per circa tre milioni di voti, sostiene davanti ai leader del Congresso che quelli che hanno favorito la Clinton erano tutti voti illegali di immigranti clandestini. Se a questo si aggiunge lo scontro di Trump con i suoi servizi segreti, che considera responsabili di avere favorito Hillary, i malumori che già si percepiscono nelle file dei deputati e senatori repubblicani per certe nomine e l’ ostinazione del nuovo presidente a fare politica a mezzo twitter, spesso senza consultare nessuno e scatenando sempre nuovi conflitti, molti cominciano a domandarsi come «the Donald» riuscirà a governare per i prossimi quattro anni.

In realtà, l’ opposizione al tycoon diventato presidente non è robusta come potrebbe sembrare a prima vista. Le folle in piazza il 9 novembre erano in realtà un mix molto eterogeneo (Renzi avrebbe detto un’ accozzaglia) di ambientalisti, omosessuali, femministe, antirazzisti, abortisti, sindacalisti, nemici della scuola privata ed esponenti di innumerevoli associazioni che sentono minacciate le loro conquiste da parte della nuova amministrazione: difficile, quasi impossibile, nonostante i tentativi già in corso, trasformare questa massa in uno strumento efficiente di lotta politica. È più probabile che, una volta passata l’ euforia dei grandi raduni (peraltro limitati ai centri urbani che hanno votato per Hillary) faccia la fine di altri recenti movimenti di protesta come Occupy Wall Street o Black Lives Matter.

Quanto alla stampa, si ripropone la questione della sua reale influenza. Essa aveva appoggiato compatta la Clinton e pronosticato altrettanto compatta la sconfitta di Trump. Se anche persisterà nella sua guerra al nuovo inquilino della Casa Bianca, difendendo l’ Obamacare e i provvedimenti contro i gas-serra, che capacità avrà di influenzare la massa dei cittadini? Avremo, come già è accaduto nei giorni scorsi, scontri al calor bianco tra i giornalisti accreditati alla presidenza e il portavoce di Trump, accusato addirittura di fornire notizie deliberatemente false, ma la cosa dovrebbe lasciare abbastanza indifferente l’ America profonda. E i parlamentari repubblicani che ancora brontolano dovranno adeguarsi se non vogliono rischiare i loro seggi alle elezioni «midterm» del 2018. Ma il vero handicap degli avversari di Trump è la debolezza di quello che dovrebbe essere il loro punto di riferimento, cioè il partito democratico.

Obama lo ha lasciato in condizioni molto peggiori di quando lo aveva trovato, perdendo via via il controllo della Camera, del Senato e di due terzi dei 51 Stati dell’ Unione. Oggi come oggi, non ha un leader: il presidente uscente, pur avendo deciso (contrariamente a tutti i suoi predecessori) di restare a Washington a fare politica pur non potendo può candidarsi è fatalmente destinato a perdere peso; Hillary è ormai fuori gioco; i leader del Senato Schumer e della Camera Pelosi non hanno la statura necessaria e nessuno dei governatori democratici ha una rilevanza nazionale. Quindi, almeno nella fase inziale della sua presidenza, Trump, pur essendo entrato in carica con il più basso tasso di gradimento della storia non dovrebbe incontrare ostacoli insormontabili alla sua azione; certo, se la sua politica gli facesse perdere consensi anche nella America provinciale e un po’ sciovinista che lo ha eletto, la musica potrebbe cambiare.

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