Ubi, i numeri del capitale e quelli della storia

Ubi, i numeri del capitale
e quelli della storia

La presentazione dei Patti degli azionisti di Ubi, i Mille a Bergamo e la sostanziale riproposizione del sindacato dell’ex Banca Lombarda e Piemontese a Brescia, ha certificato ciò che si conosceva. Nella nostra terra, cresciuta Popolare, c’è un azionariato estremamente diffuso, con migliaia di ex soci della cooperativa, oggi semplici azionisti, che sono per lo più piccoli risparmiatori. Al di là dell’Oglio, invece, ci sono grandi capitali concentrati in non molti gruppi di famiglie, società e istituzioni.

I numeri parlano da soli. Il Patto dei Mille raccoglie il 2,273% del capitale con circa 20,5 milioni di azioni. Il Patto della Leonessa vale cinque volte tanto: detiene l’11,95%, pari a 107,7 milioni di azioni. È evidente: non c’è confronto. Da un lato, i grandi azionisti bergamaschi hanno fatto bene a dare visibilità alla loro azione. D’altro canto, è altrettanto vero che la tradizione bresciana, a differenza della nostra, coltiva da sempre una maggiore familiarità con la finanza e la composizione del Patto ne è una chiara immagine, con nomi che vanno dal finanziere franco-polacco Romain Zaleski al presidente della Sorveglianza di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, passando per alcuni soci della finanziaria Mittel: Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, Istituto Atesino di Sviluppo e l’editrice La Scuola.

Dietro Ubi, oggi terza banca del Paese per capitalizzazione di Borsa, c’è però una storia. È quella della Popolare di Bergamo, da sempre corazzata tra le banche rete del gruppo, che macina risultati positivi. Solo nel 2015 ha portato utili per 127,3 milioni. Al capo opposto della classifica, tralasciando Carime che per sua natura, con molta raccolta e pochi impieghi, fatica a fare reddito, c’è il Banco di Brescia con una perdita di 11,2 milioni. O per rifarsi ai conti 2014, la Bergamo portò allora dividendi alla capogruppo per 129 milioni, il Banco di Brescia per 3,15 milioni. Senza contare le svalutazioni fatte in quell’anno delle quote di Ubi nelle banche rete: 257,3 milioni per il solo Banco di Brescia. Anche qui è altrettanto evidente: non c’è paragone.

C’è da augurarsi, quindi, per la banca, che i colloqui a cavallo dell’Oglio in vista dell’assemblea del 2 aprile, che dovrà eleggere il prossimo Consiglio di sorveglianza, prendano in considerazione tutti i numeri e non c’è motivo di dubitare che questa sarà la linea, se è vero che le volontà sono orientate a un progetto condiviso tra i grandi territori di riferimento, come si è andati ripetendo nelle dichiarazioni degli ultimi mesi. Non c’è dubbio, infatti, che in una società per azioni conta il capitale. Ma se si guardasse solo questo e non si tenesse conto della storia e dell’anima Popolare da cui questo gruppo proviene, si aprirebbe probabilmente una ferita che non farebbe bene alla banca stessa e, forse, allo spirito di chi ci lavora.

Ubi nacque il 1° aprile 2007, quasi nove anni fa. Per inciso, con un concambio che riconobbe allora 0,83 azioni ordinarie di nuova emissione dell’incorporante (Bpu) per ogni azione ordinaria della Banca Lombarda, oltre a un dividendo per tutti di 80 centesimi per l’esercizio 2006. I documenti del tempo certificavano che «la composizione del capitale post fusione sarà rappresentata per circa il 54% da azioni detenute da azionisti Bpu Banca e per circa il 46% da azioni detenute da ex azionisti Banca Lombarda». Bergamo, tuttavia, non si comportò da conquistatrice. Oggi, a parti rovesciate, forte della sua storia e dei suoi numeri, merita molto più di un grazie.


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