Uffici pubblici,  la riforma  incartata

Uffici pubblici,
la riforma incartata

La riforma della pubblica amministrazione è rimasta sulla carta. Se non ci fosse da piangere, verrebbe da sorridere, leggendo i dati diffusi da un’inchiesta della Cgia di Mestre. L’Associazione – da lungo tempo impegnata in un’opera meritoria di analisi e di denuncia sul funzionamento delle istituzioni amministrative – ha condotto una ricerca per verificare la funzionalità dei servizi telematici di tutte le amministrazioni territoriali del nostro Paese (regioni, province, comuni, comunità montane).

Il quadro che ne emerge è, a dir poco, sconfortante: nel complesso soltanto il 33,8% degli uffici pubblici di quelle amministrazioni riesce a garantire la conclusione on line di almeno un servizio richiesto da un cittadino o da un’impresa. Percentuale agghiacciante nell’epoca dell’enorme diffusione dell’uso di modalità telematiche nella vita quotidiana. Mediante il telefonino possiamo pagare le bollette, prenotare qualunque servizio, pagare il parcheggio, ma non saremo in grado di ottenere che un ufficio pubblico concluda una procedura, magari importante o urgente, che ci riguardi. In questa classifica le province e le comunità montane sono il fanalino di coda con rispettivamente il 27,1% e il 28% di enti in grado di utilizzare il web. I comuni si attestano sulla media con il 39%, ma con uno scarto estremamente significativo per quanto riguarda la ripartizione interna. Nei comuni con più di 60.000 abitanti la percentuale quasi si raddoppia, arrivando a toccare il 66% degli enti in grado di espletare le procedure on line. La circostanza fotografa il vero paradosso dei ritardi del nostro sistema amministrativo: l’avvento della telematica, di internet, del web aveva fatto sperare che si potessero colmare le distanze fisiche tra persone e organizzazioni. Tutto correva sul filo (non soltanto la paura, come nel notissimo film). Anche gli enti più lontani e disagiati sarebbero stati alla pari degli altri. Nient’altro che il sogno della rete. Vera e funzionante nei rapporti tra le persone, incerta e claudicante nei rapporti tra amministrazioni e cittadini. Tra questi e quelle vale ancora il rapporto vicino/lontano, la telematica non ha vinto la sua battaglia contro la carta. Semplice o bollata che sia.

Di chi la colpa di tali inefficienze e insufficienze? Certo la burocrazia ha le sue responsabilità, perché è plausibile credere che dirigenti capaci e orientati alla qualità dei servizi dovrebbero essere in grado di stimolare l’innovazione anche nelle strutture più piccole e arretrate. Sovente, però, questa volontà (che pure c’è), questa ricerca delle soluzioni si scontra con difficoltà oggettive. Sono sempre più numerose le amministrazioni territoriali che annaspano per carenze di risorse finanziarie e a causa di scarsità di personale qualificato. Alcune settimane fa, proprio su queste pagine, si è lamentato il caso di alcuni comuni della provincia che erano stati multati per il ritardo in procedure di analisi statistica rese difficoltose dalla mancanza di addetti. L’aspetto più preoccupante di tale situazione è, in realtà, la scarsissima attenzione che i «riformatori» pongono alle necessità di gestire i processi di cambiamento previsti dalle leggi, anche le migliori. L’innovazione della pubblica amministrazione era stata, qualche anno fa, designata «la madre di tutte le riforme». Progetto ambizioso e sacrosanto sul quale tanto i singoli cittadini quanto le imprese (a tutti i livelli e di tutte le dimensioni) riponevano ragionevoli aspettative. Dopo una valanga di promesse e di annunci, dopo una lunga serie di leggi, dopo un’ondata di decreti (alcuni dei quali incappati nelle maglie di giudizio di incostituzionalità), siamo ancora al punto descritto dalla Cgia. La madre di tutte le riforme ci ha lasciati orfani.


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