Un paese normale ha diritti e doveri

Un paese normale
ha diritti e doveri

Il notissimo monito di Massimo D’Azeglio «fatta l’Italia, resta da fare gli italiani» ha una singolare, quasi paradossale, attualità. Le attuali vicende politico-istituzionali evidenziano il rischio che la crisi politica di questi ultimi mesi si trasformi in crisi di sistema. Con ricadute i cui esiti non si riescono nemmeno a prevedere con precisione. Un dato è inequivocabile: il presidente della Repubblica, dinanzi ai veti contrapposti e alle spinte avventuristiche di alcune forze politiche, ha dovuto scegliere la strada più impervia per tentare

di dare uno sbocco allo stallo del dopo elezioni. Mattarella – con la consueta misura e con garbata ironia – ne ha dato plasticamente conto nell’incontro al Quirinale con i calciatori del Milan e della Juventus, spiegando che un arbitro può svolgere al meglio il suo compito a patto che le squadre in campo siano leali e che gli atleti si comportino con correttezza. Quando tali condizioni non vi siano, l’arbitro – suo malgrado - deve farsi «sentire», perché ciò fa parte dei suoi doveri istituzionali. Un’assunzione di responsabilità che fa onore al capo dello Stato, ma che nel contempo illustra una situazione politica al limite della praticabilità istituzionale.

Il vicolo cieco nel quale si è messo il ceto politico - ora alla ricerca di una via d’uscita con un accordo Lega-5 Stelle - deriva da una legge elettorale indecente, frutto avvelenato di furbizie di corto respiro, che si sono rivelate un boomerang e che hanno consegnato il Paese allo spettro dell’ingovernabilità. Ma sarebbe improprio credere che la crisi in corso si riduca allo sciagurato «Rosatellum». Le origini dell’involuzione del sistema politico italiano sono molto più lontane e rinviano alle modalità di formazione del nostro Stato nazionale. L’Italia arrivò tardi e troppo repentinamente all’unificazione, che non ebbe – come per gli altri Stati europei – un adeguato processo di sedimentazione. Da tale squilibrio iniziale derivò un Paese sbilenco, capace di ritrovarsi realmente compatto soltanto nei momenti tragici (le due Guerre mondiali, la rinascita nazionale dopo il crollo della dittatura fascista). Nello stesso tempo, quasi all’opposto, un Paese ricco di inventiva, in grado di esprimere personalità eccelse, capace di mostrare nelle difficoltà una ricchezza di sentimenti umanitari e di spirito di abnegazione.

Cosa è venuto fuori, nel corso della storia nazionale, da questo strano connubio? Un Paese quasi incapace di normalità, fino a sembrare allergico a funzionare bene in condizioni di quiete. Tale «a/normalità» riguarda tutti i segmenti della società e li attraversa. Tanto tra i governanti quanto tra i governati esistono coloro che sanno essere ligi alle leggi come quelli che conoscono a memoria l’arte di aggirarle e coltivano la volontà di violarle. Per dare a questo insieme magmatico un ordine, per creare un impasto digeribile, occorre sviluppare una paziente e testarda opera di pedagogia civile. Le istituzioni e il ceto politico hanno l’onere di stare in prima linea su questo fronte. Le prime perché ciò è insito nel loro ruolo di garanti dell’ordinamento democratico; i partiti (e ancor più coloro che vengono chiamati a ricoprire cariche pubbliche) perché in una democrazia rappresentativa gli «eletti» devono essere tali anche sul piano etico. Egoismi, personalismi, calcoli personali o di partito, sono tutti da mettere da parte, se si vuole rifondare la convivenza civile su basi solide.

In tal modo il monito di D’Azeglio quasi si rovescia: si potrà fare realmente l’Italia, allorché saranno stati fatti gli italiani. Nelle loro molteplici (e innegabili) differenze, a patto che ciascuno si riconosca nei valori fondanti della nostra democrazia. Valori che sono mirabilmente impressi a caratteri di fuoco nella Costituzione, nella quale si prevede e si prescrive una società «accogliente», senza distinzione di razze, opinioni politiche, credenze religiose. Un Paese nel quale spettano a tutti i medesimi diritti, connessi in modo strettissimo con i doveri, primi tra i quali l’osservanza delle leggi e il rispetto degli altri nella loro dignità.


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