Una notte troppo fredda in città

Una notte troppo
fredda in città

Morire in Piazza della Libertà a Bergamo, mentre si dorme all’addiaccio, sotto il colonnato monumentale del Bergonzo. Cioè in centro, vicino a bar ben frequentati, bei negozi e belle case. La tristissima storia del trentenne Avtar Singh, trovato morto ieri mattina da un compagno, dà la misura di quanto sia cambiata Bergamo in una generazione. La città immacolata che chiamava per nome i suoi accattoni, tanto erano rari. Adesso le persone senzatetto sono molte e quelli che bivaccano all’aperto, secondo le stime del dicembre scorso, almeno una cinquantina, dei quali una trentina in centro città.

Uomini e donne, sistemati tra le panchine dei giardini pubblici, i sottopassaggi, i portici, i luoghi che offrono qualche protezione e facili vie di fuga in caso di controlli.Inevitabile scrivere, con convinzione, che una città lombarda del XXI secolo dovrebbe saper evitare a chiunque, cittadini o residenti occasionali, una morte simile. Per civiltà, prima che per carità cristiana. Ma la storia dell’indiano del Punjab mostra anche che le cose non sono così semplici. Avtar non era solo né abbandonato. Non del tutto. Da quando era comparso in città perché senza più lavoro, mangiava alla mensa dei frati Cappuccini ed era seguito dalla comunità Esodo di don Resmini. Non era stato possibile convincerlo a dormire al coperto, perché non riusciva a rinunciare al calore dell’alcol, non ammesso nei dormitori d’emergenza. Dagli operatori del Patronato di Sorisole aveva però abiti e coperte.

Non era il solo a preferire la strada. Alcuni senzatetto, tranne gelo eccezionale, preferiscono stare per proprio conto, o perché in coppia (i dormitori sono maschili o femminili) o perché le dipendenze da cui sono affetti impediscono loro di accettare anche le minime regole di convivenza previste nei servizi a bassa soglia. A queste persone gli operatori dedicano giri di controllo, non però tutte le notti. L’altra notte, nessuno è passato in piazza della Libertà.I servizi attivati dalla città, e soprattutto dalla diocesi, non sono pochi. Allo «storico» nuovo Albergo popolare si sono aggiunti in questi anni la quarantina di posti letto del Patronato di Sorisole (che gestisce anche la mensa della stazione con 120 pasti caldi ogni sera) e, per gli uomini, anche i 62 posti della Caritas alla Galgario, i 6 alla Malpensata; per le donne due dormitori.

Chi ha il polso della situazione sa bene che le richieste aumentano. Qualcuno resta fuori, qualcuno invece vuol restare fuori. I servizi di strada, comunque, si attivano alla sera. Di giorno non ci sono punti di riferimento. Come esistono già in altre città (per esempio Milano) è forse il momento di pensare anche a centri diurni dove i senza fissa dimora possano trovare un luogo per stare e tentare un uso più dignitoso della giornata. Magari un avvio di recupero, per chi se la sente. Intanto, resta la pietà per un giovane uomo infagottato in coperte altrui e incubi tutti suoi, dei quali nulla sappiamo, se non che l’hanno portato a morire a trent’anni, sulla soglia di un palazzo di marmo disabitato. Sarebbe potuto succedere anche in India? Forse, ma intanto è accaduto da noi.


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