Sguardo dal ponte un’Italia che non vota

Sguardo dal ponte
un’Italia che non vota

Quasi quattro italiani su dieci hanno fatto il ponte, probabilmente consapevoli che questa sarà una partita lunga, primo e secondo tempo, compresi ballottaggi e polemiche. Resta un dato che impressiona: in nessuna grande città si è raggiunta la soglia psicologica del 60% (media nazionale al 62,14%) dei votanti, a conferma che la gente crede sempre meno alle proposte e pure alle antiproposte. Ma sarebbe troppo semplice racchiudere il rifiuto del voto in un ulteriore voto di protesta. L’italiano è un popolo che, come canterebbe Gaber, «cambia poco, cambia molto lentamente». Di conseguenza non ha ancora digerito il passaggio dai due giorni al giorno solo da dedicare alle urne.

È un fatto di costume, il resto d’Europa ci riesce (gli inglesi addirittura votano in un giorno feriale per non compromettere il weekend), noi no. O almeno non ancora. E allora ecco Bologna col 58%, Torino col 57%, Milano e Roma col 56%, Napoli col 53% alle undici di sera, quando si chiudono i seggi ed escono i primissimi exit poll, che con percentuali basse diventano ancora più velenosi. Dentro la sfera di cristallo, all’ora di far partire le rotative, ci sono ballottaggi per tutti: testa a testa a Milano fra Sala e Parisi, la Raggi davanti a Roma, con Giachetti a inseguire. E in tutte le altre città una corsa ad accaparrarsi il voto grillino, che ancora una volta potrebbe essere decisivo. Ma è tutto molto liquido e per evitare figuracce al risveglio meglio parlare d’altro.

Il vero incubo resta l’astensionismo, un fantasma che si aggira per le elezioni italiane da almeno dieci anni, determinato dall’immobilismo della classe dirigente, dalla paura delle riforme - maggiore dentro i palazzi della politica e nelle piazze riempite a comando che nel paese reale dei lavoratori e delle imprese - e dagli inviti dell’antipolitica urlante a non credere a nulla. Non c’è ovviamente consiglio peggiore, perché chi incolpa la società di un male non può affidarsi che alla stessa società per guarirlo.

Gli italiani invitati a diffidare della politica, della rappresentatività e del valore di una scelta compiuta dentro l’urna hanno semplicemente imparato a starne alla larga. Hanno fatto fallire il referendum sulle trivelle congelandolo ben lontano dal quorum, hanno disertato le ultime Europee e non sono sembrati entusiasti neppure alle politiche, che a forza di evocarle ci sembrano lontane nel tempo quanto le guerre puniche. Alle ultime (2013) il partito delle schede bianche o dell’astensione tout court raggiunse il 25%, undici milioni di italiani, non certo un resto mancia.

È con queste incognite del tutto legittime che i cittadini hanno affrontato il primo turno delle amministrative, caricate di significati politici dal centrodestra e dall’opposizione grillina (operazione legittima da sfruttare adeguatamente in caso di vistosi sbandamenti renziani). E al contrario depotenziate in questo senso dal centrosinistra governativo per non esporre l’esecutivo a una lunga e pericolosa crisi balneare di quelle tanto care ai democristiani nella prima repubblica. Comincia con questa partita la lunga stagione del braccio di ferro fra Renzi e tutti gli altri, scontro che avrà il suo culmine in ottobre con il referendum costituzionale. Il tema è già rovente, e mancano ancora oltre tre mesi, figuriamoci in avvicinamento.

Tornando velocemente alle elezioni, alle ore 19 nelle città capoluogo aveva votato il 46% in media, nessuna inversione di tendenza rispetto alle Europee (42% alla stessa ora), parametro naturale poiché anche quell’elezione si svolse in un giorno solo. Tenendo conto del maggior appeal delle amministrative (il sindaco è colui che governa da vicino e che si dovrebbe occupare più direttamente dei cittadini), bisogna aggiungere che il senso civico - sempre a quell’ora - era lievemente più alto a Milano (42,4%) e a Torino (41,3%) piuttosto che a Roma (39,4%) e a Napoli (37,9%). E in seguito la tendenza si è confermata.

In linea con il resto del Paese anche il dato della Bergamasca, che nel giro di cinque anni è sceso di quasi 8 punti. Anche qui, nonostante la forte tradizione partecipativa e la solidità istituzionale, la crisi e l’antipolitica hanno eroso molte certezze.


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