Va bene rottamare ma serve una meta

Va bene rottamare
ma serve una meta

Il crinale sul quale si è messo da qualche tempo (segnatamente nelle ultime settimane) Matteo Renzi desta perplessità, ma soprattutto preoccupa molti. Non tanto e non solo per le sorti del Pd, quanto per le sorti del Paese.

in una fase nella quale la gravità delle questioni economico-sociali, unita alla delicatezza delle scelte politiche da compiere (elezione del presidente della Repubblica, riforma elettorale, interventi che aiutino il Paese ad uscire dallo stallo), imporrebbe lungimiranza e moderazione. Quanto è accaduto da ultimo in Parlamento sulla legge elettorale lascia aperti molti interrogativi sugli scenari politici che si aprono. L’ipotesi che le scelte di Renzi conducano ad una mutazione genetica del Pd è stata già avanzata. Occorre riconoscere che l’argomento non è privo di fondamento, poiché l’ampiezza della virata compiuta dall’attuale segretario del partito (nonché presidente del Consiglio) è di portata inusuale ed ha prodotto un repentino e radicale ricambio nel gruppo dirigente del partito, nonché – e ciò rappresenta l’elemento di maggiore criticità – scelte politiche profondamente diverse rispetto sia agli orientamenti tradizionali del Pd, sia al programma con il quale esso si era presentato alle elezioni. Su entrambi i terreni tale svolta non soltanto non è stata taciuta, ma è stata anzi rivendicata come elemento indispensabile di cambiamento.

Il ricambio interno è stato attuato in nome dell’indispensabile rottamazione di un ceto dirigente giudicato dall’opinione pubblica come vecchio e compromesso; le scelte del governo sono state enfatizzate come soluzioni a problemi per i quali i precedenti esecutivi non avevano saputo trovare soluzioni. Così per la modifica del ruolo del Senato, per la legge elettorale, per la riforma del lavoro e per quella dell’amministrazione pubblica. Terreni sui quali l’elemento di stimolo è «facciamo in fretta» e lo slogan ripetuto ad ogni angolo di strada compiuta è «abbiamo fatto». Raramente si valuta il cosa e il come.

La riforma del Senato ha tali elementi di disfunzionalità da far seriamente temere che la soluzione adottata (un organo di nominati) sia peggiore del male (il bicameralismo perfetto). Analogamente si può dire della riforma della legge elettorale, che ripropone la presenza di un largo numero di nominati rispetto ai deputati che potranno essere scelti dagli elettori. Una scelta che rischia di aumentare la divaricazione tra cittadini e politica.

Nessuno può negare che questo governo stia facendo qualcosa, benché i provvedimenti andati in porto siano largamente inferiori a quelli decantati nei tweet o nelle interviste. Il punto sul quale occorre focalizzare l’attenzione è: per andare dove? Con quale Paese in mente? Il progresso non è mai frutto di rotture unilaterali, lo insegnano le stesse rivoluzioni alle quali deve sempre seguire un riassestamento. Il progresso vero è sintesi necessaria tra le spinte innovative che provengono dall’analisi delle trasformazioni socio-economiche e mantenimento dei valori di fondo sui quali si intende costruire una società nuova. Se si perde il collegamento tra esigenze nuove e valori da salvaguardare si producono soltanto fratture. Con il rischio di creare un cumulo di macerie: l’esatto contrario di quello che si dice di volere.

In realtà non si può nemmeno sostenere che Renzi abbia rinnegato il patrimonio culturale e ideale del Pd. Per la semplice ragione che tale patrimonio non è mai stato suo, appartenendo egli piuttosto alla quella schiera nutrita di politici che rivendicano come un merito avere mandato in soffitta le «ideologie». Ragionamento ambiguo, poiché il tramonto delle ideologie deve ritenersi un elemento di progresso politico e culturale se tale processo viene riferito ai dogmatismi che hanno caratterizzato quasi tutti i partiti nel «secolo breve». Tutt’altra cosa è, al contrario, l’insieme di valori, ideali, prospettive che ciascuna forza politica propugna e legittimamente rivendica come connotato genetico.

Le domande da porsi sarebbero in sintesi: quali persone servono al Paese, per quali politiche, con quali obiettivi? Hanno ragione i rottamatori che intendono cancellare ogni residuo del passato, o è necessaria una sintesi alta, che recuperi i valori migliori di socialità e solidarietà, adeguandoli alle esigenze del momento storico?


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