Volontari all’opera L’Italia senza rancore

Volontari all’opera
L’Italia senza rancore

Il ponte di Genova spezzato, la vena rescissa che teneva insieme mare e montagna, l’est con l’ovest, è un po’ la metafora involontaria dello stato del nostro Paese, delle sue lacerazioni. Si dice a proposito degli umori rancorosi: è colpa della crisi economica. Ma non tutto è spiegabile con la recessione, l’aumento della povertà e la difficoltà a trovare un lavoro. I nostri nonni appartengono a una generazione che ha vissuto la tragedia della Seconda guerra mondiale, l’oppressione di una dittatura e la fame più nera. Eppure è la stessa generazione che ha ricostruito l’Italia, senza fermarsi alla protesta e alla rabbia.

La voglia di costruire e di riconnettere le divisioni: è quello che oggi manca a una parte del Paese, ripiegato su se stesso. Ma quando accadono tragedie come quella di Genova, si mette in moto una macchina che noi vediamo solo parzialmente in azione: sono le centinaia di soccorritori (di professione o volontari) da tutta Italia che saturano le prime ferite (dal crollo di un ponte al terremoto all’alluvione) e pongono le basi per la ricostruzione, rimuovendo le macerie fisiche e quelle psicologiche. Un dispositivo che in poche ore è già operativo e che all’estero ci invidiano.

Poi ci sono i «volontari al bisogno», cittadini che si offrono di aiutare pur non appartenendo ad associazioni: a Genova in questi giorni agli ospedali c’era la fila di persone pronte a donare sangue. È un mondo, quello del volontariato, che con la sua opera crea anche legami, costruisce comunità, unisce in un’Italia che in molte sue parti è disgregata, somma di solitudini che hanno perso il senso del bene comune e della condivisione.

Accade non solo nelle emergenze, ma soprattutto nella quotidianità, quando questo mondo risponde a bisogni altrimenti elusi e riempie i vuoti lasciati dallo Stato, dalla sua pesante macchina amministrativa che ha la coperta corta. A Genova sta curando anche il trauma dei 600 sfollati rimasti senza casa, lasciata perché ciò che resta del ponte sovrasta e lambisce le abitazioni.

Il grande cantautore Fabrizio De André, originario di Pegli, ha raccontato il capoluogo ligure, i suoi meandri e i suoi personaggi in canzoni che erano poesie. Ma non solo: ha saputo parlare della condizione umana. In «Il sogno di Maria» ha scritto: «E la parola ormai sfinita si sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d’una quiete apparente che si consuma nell’attesa d’uno sguardo indulgente».

Oggi c’è una gran bisogno di sguardi indulgenti e non giudicanti, sguardi che uniscono e creano incontri invece che divisioni. Ne ha bisogno la politica, ma ne abbiamo bisogno tutti. Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, ieri nell’omelia del funerale di Stato di 19 vittime, ha ricordato che «ci sentiamo esposti e deboli, e tanto più sentiamo che i legami umani sono necessari, così come il tessuto di una società che si dichiara civile. È l’ora della grande vicinanza».

Marco Vaggi, psichiatra, coordina l’assistenza psicologica e psichiatrica ai sopravvissuti al crollo del ponte, nell’ospedale dove ha sede l’unità di crisi allestita dopo la catastrofe: «Possiamo uscirne – ha detto – solo ritrovando il senso della comunità. Contribuendo, ognuno nel suo piccolo, a ricreare una base di fiducia reciproca. La rete sociale: ecco cosa vince la paura». Vale per Genova, vale per l’Italia.

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