Voto, sfida pesante con armi improprie

Voto, sfida pesante
con armi improprie

Una sfida pesante affrontata con armi improprie e col morale a terra. L’idea diffusa è che votare questa volta non serva a nulla. Che la sfida sia pesante, non ci sono dubbi. Basti ricordare lo stato pericolante delle nostre finanze pubbliche alle prese con l’imminente esaurimento del «quantitative easing»: il salvagente lanciato da Draghi in soccorso delle economie europee pericolanti. Saremo chiamati a nuotare con le nostre sole forze, appesantiti da un carico proibitivo: un debito pubblico superiore al 130% del Pil, il secondo
più grande del mondo. La prima misura da prendere è la manovra correttiva di tre miliardi, prevista per la primavera. Equivale a dire che dovremo o ridurre le spese o aumentare le tasse. Esattamente il contrario di quel che dicono di voler fare, salvo poi rimangiarsi la parola, quanti ci chiedono il voto. Per quanto, poi, riguarda le armi da usare per la sfida, non stiamo meglio. A prove estreme estremi rimedi: è l’aurea regola che dovrebbe seguire una classe politica degna di questo nome

La prima misura da prendere è la manovra correttiva di tre miliardi, prevista per la primavera. Equivale a dire che dovremo o ridurre le spese o aumentare le tasse. Esattamente il contrario di quel che dicono di voler fare, salvo poi rimangiarsi la parola, quanti ci chiedono il voto.

Per quanto, poi, riguarda le armi da usare per la sfida, non stiamo meglio. A prove estreme estremi rimedi: è l’aurea regola che dovrebbe seguire una classe politica degna di questo nome. Affronteremo invece le elezioni con un sistema elettorale che - siam sicuri - ci consegnerà un parlamento frammentato, premessa di un’ingovernabilità quasi certa. In altre democrazie (vedi la tanto criticata Germania), quando la nazione chiama, i partiti rispondono. La Grosse Koalition viene sottoscritta anche quando comporta un sacrificio elettorale dei contraenti. Non per il gusto di spartirsi poltrone (ossia per amor d’inciucio), ma perché questa è l’unica scelta responsabile di partiti consapevoli dell’interesse generale.

Che infine il morale di noi elettori sia a terra, è altrettanto vero. La ragione è presto detta. Le forze in campo non danno buone garanzie. La riprova? Scansano i problemi. Esplode lo scandalo di gestioni truffaldine da parte di alcune banche con danno irreparabile per migliaia di risparmiatori? Perdono tempo ad accapigliarsi su ininfluenti comportamenti di qualche rivale. Nel frattempo rilanciano con promesse chiaramente irrealizzabili: pensioni a tutti, un generoso reddito di cittadinanza, estese riduzioni di tasse, distribuzione di bonus a piene mani.

Quando, infine, si passa alla formula di governo, la musica non cambia. Pur consapevoli di non poter disporre nel prossimo Parlamento di una maggioranza assoluta, i partiti o escludono di sottoscrivere alleanze (i Cinquestelle) o non sono in grado di contrarle (il Pd) o si apprestano (Fi, Lega e FdI) ad allestirne una per il solo giorno di festa elettorale. Difficile che si realizzi una grande coalizione. Più probabile che si assista a un big bang del sistema dei partiti. Come potranno i grillini reggere alla certificata impossibilità di garantire una guida del Paese? Quanto è ragionevole pensare che la coalizione di centrodestra, divisioni interne a parte, possa reggere, visto che Salvini non avrà né i numeri né la forza politica per imporre la sua premiership e che Berlusconi, pur di non lasciare la guida all’alleato/rivale, non fa mistero di essere disposto a tenersi Gentiloni in attesa di un nuovo voto? E il Pd? Ve li immaginate Renzi e D’Alema d’amore e d’accordo in nome della governabilità?

La sfida è pesante, le armi sono improprie, il morale è a terra. Non ci resta che incrociare le dita e augurarci che l’Italia sappia sfoderare, ancora una volta, una capacità di reazione sorprendente, com’è stato quando s’è trovata in passato a fronteggiare prove non meno improbe.


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