Americanate

Americanate

I social network potevano inventarli solo degli americani della costa occidentale. Il sole della California, Blue moon, la tavola da surf, i film di Jim Carrey, una vita decappottabile e sullo sfondo il Golden Gate.

Il futuro è oggi, in attesa del Big One. Perché solo americani della costa occidentale - a Boston avrebbero sparato a vista per violazione della privacy - potevano creare l’annuncio su ogni profilo Facebook con la frase da Vispa Teresa: «È stato un anno meraviglioso, grazie per avere contribuito a renderlo tale». Sta comparendo in questi giorni, è come una letterina un po’ leggiadra e un po’ idiota che riassume il 2014 con alcune delle foto che noi abbiamo postato durante l’anno per caratterizzarlo. Nessuno l’ha chiesto, si sa che l’algoritmo di Facebook è invadente e selettivo, una volta invitato in casa si fa le prime quattro idee su di noi e le rilancia quando e come vuole. Tutto molto West coast, raffinato come una menta e soda dal colore flou. Ma c’è una controindicazione, il signor algoritmo non ha un’anima.

Così qualche giorno fa sul profilo Facebook di Eric Meyer, un web designer americano, è comparsa la formuletta con pupazzetti e palloncini che danzavano attorno alla foto della figlia nel giorno del suo sesto compleanno. Il problema è che la piccola, quel giorno, è morta per un tumore al cervello e il suo papà tutto avrebbe desiderato tranne che vedersi comparire sullo schermo la fasulla allegria di un fasullo augurio per quello che certamente rimarrà come l’evento più doloroso della sua vita. L’uomo ha scritto al quartiere generale di Facebook ottenendo le scuse dell’azienda e la promessa che «il procedimento verrà migliorato». La notizia ci rafforza in una convinzione: quando ci si apre ai sentimenti meglio spegnere il computer.


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